Cosa credono i Mennoniti

Cosa credono i Mennoniti

COSA CREDONO I MENNONITI

J. C. WENGER

 

PRESENTAZIONE

Mi sono spesso chiesto: “Come cristiano, mi basta credere in Gesù?” O devo chiedere e permettere a Dio di fare di me un “faro nelle tenebre”?

Le ultime parole di questo libretto mi trovano d’accordo con l’autore: “La cosa più importante per i cristiani, dovunque essi si trovano, è di vivere giorno dopo giorno la loro vita seguendo l’esempio e gli insegnamenti di Gesù così come sono scritti nella Parola di Dio.

Discepolato e Santificazione sono punti basilari della confessione di fede della Chiesa Evangelica “mennonita” e l’autore di questo libretto ci presenta queste verità in una forma scorrevole e comprensibile, anche se in una veste molto succinta.

Molti dei lettori italiani a cui questo volume è rivolto conoscono poco o affatto la Chiesa Evangelica Mennonita Italiana, e nel leggere queste pagine troveranno nella nostra confessione di fede e nella nostra testimonianza molti punti di fede in comune.

Vorrei esprimere la mia gratitudine a quanti hanno contribuito alla traduzione e pubblicazione di questo libretto, che viene a colmare un grande vuoto tra le file di pubblicazioni cristiane in lingua italiana, perché molte verità bibliche professate oggi con grande convinzione dai credenti evangelici di tutto il mondo sono state spesso conquistate con il sangue dei martiri anabattisti della Chiesa mennonita, la quale sente, ancora oggi, di avere un messaggio da dare: vivo, fedele e completo.

Francesco Picone

 

PREFAZIONE

Seguaci di Gesù Cristo si trovano oggi in tutto il mondo. Tra i cristiani ci sono anche i Mennoniti che prendono il loro nome da Menno Simons, un riformatore olandese del sedicesimo secolo.

Questo libretto esplora alcune credenze comuni a tutti le denominazioni e pone in rilievo alcune enfasi della confessione di fede dei Mennoniti.

Fino al diciannovesimo secolo i Mennoniti si trovavano principalmente in Europa e nell’America del Nord. Durante il ventesimo secolo, invece, attività missionarie, assistenza e servizio, hanno dato vita ad una fratellanza mennonita mondiale.

Cosa Credono I Mennoniti è il secondo (primo volume in lingua italiana) volume della collana Mennonite Faith Series. Si spera che questo materiale sia di particolare interesse a chiunque desidera conoscere meglio la fede cristiana in generale ed i Mennoniti in particolare.

Chiunque desidera approfondire lo studio della fede e vita della Chiesa mennonita può consultare i libri elencati nella bibliografia.

J Allen Brubaker, Editore

 

CAPITOLO PRIMO

PUNTI DI INCONTRO

CON GLI ALTRI

GRUPPI CRISTIANI

 

I Mennoniti amano definirsi discepoli di Gesù Cristo. Essi cercano di vivere secondo gli insegnamenti di Gesù espressi nel Nuovo Testamento.

Su alcuni punti si differenziano da altri gruppi Cristiani ma, nel sottolineare l’importanza di Cristo e della Bibbia, dimostrano di avere con essi molte cose in comune. La più importante tra queste è il dovere di servire allo stesso Signore e di obbedire ai Suoi insegnamenti.

 

UNA CHIESA LIBERA

La necessità di essere una Chiesa libera e non una Chiesa di stato è uno dei punti di distinzione da altre comunità cristiane. Le Chiese libere sono quelle non istituite come gruppi religiosi ufficiali dalle autorità politiche del luogo o della nazione dove esse risiedono. I membri di queste Chiese libere desiderano sinceramente dimostrarsi dei fedeli Cristiani. Essi si sforzano di essere coerenti nella fede e nella verità del loro Signore e Salvatore, Gesù Cristo. Queste Chiese libere hanno molte dottrine in comune con le Chiese storiche: Cattolica e Ortodossa. Anche Battisti e Metodisti – per nominare alcuni – condividono con i Mennoniti la tradizione della libera Chiesa. (In molti paesi, oggi, tutte le denominazioni sono “libere”, non istituite, cioè, dai governi).

Elenchiamo, schematicamente, alcune delle dottrine che i Cristiani hanno in comune.

 

UN DIO PERSONALE

Tutti i veri Cristiani credono in un Dio potente e personale che è infinito nella Sua misericordia, gloria, potenza e amore. Essi credono che Egli compia i Suoi disegni senza nulla togliere alla loro volontà. Egli ama l’umanità con un amore meraviglioso, come un padre ama i suoi figliuoli, ma detesta, con immenso dolore, il peccato. Questo Dio dei Cristiani ha creato ogni cosa visibile e invisibile per grazia e amore. Il mondo, creato da Gesù Cristo, Sua eterna Parola, è buono. Poiché Dio è una Persona, Egli ci conosce, ci ama e ci guida come fossimo dei bambini. Egli ha anche un piano per il mondo.

 

L’IMMAGINE DI DIO NELL’UMANITÀ

Questo Dio che ama, cerca di avere delle creature con le quali comunicare ed entrare in relazione. Egli, non contento né del regno vegetale né di quello animale presente nel mondo, creò l’uomo a Sua immagine. Egli lo creò maschio e femmina. Dio inoltre ci dotò di una natura morale che è capace di scegliere il bene respingendo il male. Ci ha donato anche la capacità di amare disinteressatamente e con misericordia. Questo amore nel Nuovo Testamento è chiamato “agape”. Noi siamo quindi in grado di comunicare ed entrare in relazione con il nostro Creatore e Signore. Siamo così  destinati a vivere per sempre o in unione con Dio o eternamente separati da Lui. Egli ha posto in noi qualcosa che ci ammonisce mentre agiamo: questo qualcosa viene chiamato “coscienza” e ci aiuta a conoscere e ad agire rettamente. Dio ci ha donato anche una consapevolezza interiore che ci rende degli esseri responsabili nei suoi confronti per tutto quanto compiamo, pensiamo e diciamo. Questo senso di responsabilità e di consapevolezza è chiamato il libero arbitrio dell’uomo.

 

IL PECCATO ORIGINALE

La storia della creazione è descritta meravigliosamente nel libro della Genesi ai capitoli 1 e 2 . nel capitolo 3 troviamo invece il terribile racconto della caduta dell’umanità.

L’uomo non volle rimanere nello stato di perfezione nel quale era stato creato. Nella sua libertà egli decise di rivoltarsi contro il proprio Creatore. La cosa più grave fu che per la disubbidienza di Adamo ed Eva tutti i loro discendenti divennero peccatori. Il risultato di questa caduta è chiamato peccato originale o inclinazione al male.

 

LA DIVINA REDENZIONE

L’eterno amore di Dio per le sue creature cadute fu così grande che progettò di liberarle dal peccato o salvarle. Questa “salvezza” si realizzò quando Gesù venne e morì come uomo per i peccati di tutti gli uomini. Questo tema della “salvezza” scorre in ogni pagina dal Vecchio al Nuovo Testamento.

Dio avrebbe un giorno mandato il proprio eterno Figlio nel mondo come uomo ma anche come Dio nella carne. Questo Santo, Gesù, avrebbe istruito l’uomo nella conoscenza del Padre e sui Suoi disegni di salvezza, più tardi Egli sarebbe morto come sacrificio per i peccati di tutto il mondo e per mezzo della sua vittoriosa resurrezione dai morti avrebbe sconfitto le forze del peccato e della morte (introdotte da Satana). Ascesa al cielo, avrebbe inviato sui Suoi discepoli in attesa, lo Spirito Santo promesso, come caparra di nuove benedizioni. Questo sarebbe avvenuto nel giorno della Pentecoste. Tutto ciò fu predetto dai profeti dell’Antico Testamento e il suo compimento è chiaramente descritto nei quattro Vangeli e negli Atti degli Apostoli.

 

LA DIVINA RIVELAZIONE

I profeti dell’Antico Testamento interpretarono e applicarono la grande visione morale ed etica della legge di Mosè (raccolta nel Pentateuco, cioè, i primi cinque libri dell’Antico Testamento). I profeti insegnavano il pentimento e la fede offrendo una guida personale e nazionale a Israele, il popolo di Dio. Essi annunciavano la speranza messianica: la speranza cioè che un giorno Dio avrebbe mandato un Salvatore a redimere il Suo popolo. La rivelazione di Dio fu, nel Vecchio Testamento, incompleta ed imperfetta, in quanto era solo una preparazione alla futura venuta di Gesù, il Messia promesso o Cristo. Il messaggio centrale degli Apostoli di Gesù fu che Gesù di Nazareth (crocifisso e risorto intorno al 30 e. v.) era il Messia o Cristo. La parola Cristo equivale, in greco, al termine ebraico di “il consacrato”, “l’Unto”. La rivelazione di Dio, avvenuta per mezzo di Gesù Cristo, è completa e definitiva. Tutto ciò significa che il Dio Creatore è anche il Dio della rivelazione e della redenzione per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore.

LO SPIRITO SANTO

La redenzione di Dio per mezzo di Gesù Cristo perviene ad ogni persona tramite l’azione dello Spirito Santo di Dio. Mentre ascoltiamo o leggiamo la Parola di Dio, lo Spirito ci fa comprendere che siamo peccatori. Egli ci corteggia e ci supplica di abbandonarci a Cristo con fede. Lo Spirito Santo con dolcezza guida il nuovo credente a più alta spiritualità e lo incita a rispondere al volere di Dio. In breve, Dio, tramite lo Spirito, produce la crescita del Cristiano mediante l’attenta lettura, lo studio delle Scritture e la fedele obbedienza a quanto lo Spirito ci comunica. In questo modo lo Spirito ci spinge a donarci completamente a Dio attraverso l’amore del bene e della giustizia e dà un ardente desiderio di far conoscere Cristo a tutti gli uomini.

Ogni Cristiano riconosce Dio che si rivela come Creatore, Redentore e Santificatore. Come Santificatore per mezzo della Parola e dello Spirito.

 

LA BIBBIA

La Bibbia viene riconosciuta dai Cristiani come la Parola scritta di Dio. Lo Spirito, per mezzo della Parola di Dio, ci spinge a comprendere il peccato facendoci provare dolore per esse e desiderio di sfuggirlo mediante la fede in Cristo. Sempre per mezzo della Parola di Dio, lo Spirito guida l’uomo facendolo crescere spiritualmente in Cristo. I Cristiani credono che la Bibbia sia scritta da santi uomini di Dio, per lo più profeti d’Israele o Apostoli di Cristo. La Bibbia reca in ogni pagina il marchio dell’umanità, il modo di pensare, cioè, le espressioni tipiche della cultura del popolo di Dio. Ciò nonostante, essa è ispirata e fedele Parola di Dio capace di condurre gli uomini a Dio per mezzo di Cristo. La Bibbia è il libro basilare della Chiesa di Cristo e il manuale per la fede, l’obbedienza, l’amore e la santificazione del Cristiano.

 

SALVEZZA PER MEZZO DELLA FEDE

Il Cristiano, che ottiene misericordia e grazia da Dio “in Cristo”, afferma di essere salvato. La salvezza è uno stato di pace con Dio ottenuto per mezzo di Gesù Cristo. La nostra salvezza è un fatto compiuto: per chi crede, i peccati sono stati perdonati. Siamo così, per dono di Dio, dei “giusti” o “giustificati”. Il Vangelo del Nuovo Testamento è la buona novella che Dio offre a tutti coloro che vogliono andare a Lui per mezzo della fede in Cristo. Dio ci libera dal peccato e dalla morte perché Cristo si è offerto come sacrificio sulla croce nel giorno del Venerdì Santo ed è risorto vittorioso dalla morte la mattina di Pasqua.

 

LA CHIESA

Tutti coloro che accolgono, nella fede in Cristo e nel pentimento per i loro peccati, la buona novella, sentono l’esigenza di radunarsi insieme per formare una comunità che viene chiamata Chiesa o assemblea di Dio e del Suo Cristo. Questi credenti appartengono a Dio come il Santo Corpo di Cristo. La Chiesa viene anche definita il Popolo di Dio, il Nuovo Israele, la Nuova Umanità in Cristo. È chiamata anche la “Sposa” di Cristo perché in essa il credente si dona al Signore nell’amore e nella fede.

 

LA PREGHIERA

La Bibbia, insegna ai Cristiani a pregare “nel nome di Gesù”. Coloro che credono sono, infatti, “in Cristo” e pregano per mezzo Suo sapendo che solo così Dio ascolta le loro preghiere e le loro richieste. Anche se non può soddisfarle come essi vorrebbero, Egli sempre ascolta le loro invocazioni. I Cristiani pregano chiedendo al Signore di poter crescere nella santità, di essere illuminati e guidati, di essere quotidianamente purificati dai peccati, di benedire coloro che sono di Dio e che appartengono al Suo Regno. I Credenti pregano, inoltre, per i loro bisogni quotidiani e per essere liberati da affanni, preoccupazioni, invidie, inimicizie e malattie. Dio ha anche istituito uno speciale rito di unzione con l’olio per coloro che desiderano pregare per ottenere particolari guarigioni. (Giacomo, cap. V)

 

SANTITÀ DI VITA

I Cristiani credono che la salvezza di Dio, per fede in Cristo Gesù, comporti una santità di vita e di cuore. La fede che salva richiede un’obbedienza alla volontà di Dio, quale è presentata dalla Sua Parola e come è stata vissuta e insegnata da Gesù Cristo. Questa fede dona tranquillità e serenità spirituale poiché abbiamo un Padre sollecito e amorevole che si prende cura di ogni nostra necessità donandoci il Suo Spirito che ci guida e ci dà forza. Lo scopo principale dello Spirito è di trasmetterci Cristo e la Sua Salvezza.

 

IL CULTO

Coloro che credono sanno che Dio desidera che i suoi figli e le sue figlie lo adorino “in Spirito” sia d asoli che uniti insieme. Dio, in quanto Creatore che fa sussistere tutto l’universo, ha diritto alla nostra adorazione e al nostro rendimento di grazie. A causa della loro natura umana (la “carne” e le tendenze peccaminose) i Cristiani sono deboli. Così nasce, per il Cristiano, la necessità di adorare il Signore Dio per edificarsi e crescere nella fede.

 

NECESSITÀ DELLA SALVEZZA

I Cristiani credono che di fronte a Dio ogni uomo sia, per natura, peccatore. Tutti, cioè, hanno peccato e non possono da soli percorrere la strada indicata da Dio attraverso la Sua Santa Parola. Tutti gli uomini hanno quindi bisogno di un Salvatore che li liberi dalla colpa e dal peccato. Poiché l’umanità non è in grado di salvarsi da sé, Dio ha gettato un ponte per colmare l’abisso che ci divide da Lui. Egli, infatti, ha mandato il proprio Figlio a morire, quale sacrificio per il peccato del mondo. La morte di Cristo toglie la colpa del peccato, riconcilia l’uomo con Dio e spezza il potere di Satana e del peccato. In breve, la morte di Cristo consente a tutti gli uomini di ricevere quella liberazione spirituale e quella giustificazione che nel Nuovo Testamento è chiamata “salvezza”. Per essere liberi, gli uomini devono ascoltare il Vangelo, abbandonare il peccato e porre la loro fiducia nel Figlio di Dio cheli ha tanto amati da dare per essi la propria vita. La proclamazione di questo annuncio di riconciliazione è stata data dalla Chiesa che è, in questa senso, strumento di salvezza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO SECONDO

 

 

 

 

 

 

 

IDEE FONDAMENTALI

DELLA RIFORMA

DEL SEDICESIMO SECOLO

 

 

Durante il Medio Evo si appannò notevolmente la luce dell’insegnamento di Cristo. La Chiesa si era allontanata, in buona parte, dagli insegnamenti del Nuovo Testamento ed aveva bisogno di rinnovamento e di riforma. All’inizio del 1500 tutto coloro che si professavano Cristiani erano considerati membri della “Santa Chiesa Cattolica”. Indicheremo questa Chiesa come la Chiesa della Tradizione.

 

LA ROTTURA CON LA TRADIZIONE

Coloro che erano nella Chiesa della Tradizione, non pensavano che fosse necessario convertirsi e rinascere spiritualmente per diventare figli di Dio. Essi consideravano i sette sacramenti come i potenti canali della grazie divina e credevano che ai sacerdoti fosse stato dato il potere di cambiare il pane e il vino nel corpo e nel sangue di Cristo. Questi membri della Chiesa Cattolica Romana credevano letteralmente di mangiare Cristo per la salvezza delle loro anime. Numerose cerimonie erano state istituite dalla Chiesa per venire incontro alle necessità dei fedeli che credevano che in cielo angeli, santi, martiri, apostoli e soprattutto Maria, la Santa Vergine, fossero pronti ad ascoltare le loro preghiere.

La Chiesa affermava, inoltre, di avere il potere di liberare le anime del Purgatorio, un luogo nel quale i morti soffrivano per i peccati prima di essere degni di salire in Paradiso. Si pensava anche che la Chiesa avesse il potere di accumulare un tesoro di meriti, per mezzo delle buone opere, da scambiare con le pene che i morti avevano meritato per i loro peccati. La Chiesa riteneva di avere la disponibilità di questo tesoro dei meriti per concedere la remissione delle pene del Purgatorio anche prima che i peccati fossero stati commessi. Questa remissione era chiamata “indulgenza”.

 

LA CHIESA DELLA PAROLA

I riformatori del sedicesimo secolo cercarono di liberare la Chiesa da tutte le pratiche e le dottrine che non erano fondate sulla Sacra Scrittura. Lutero, ed altri come lui, cercarono in varie parti d’Europa di riportare la Chiesa nuovamente alla Parola di Dio. Queste Chiese, che possiamo chiamare della Parola, fondarono ogni loro autorità sulla Bibbia e insegnavano la potenza e la santità di Dio. Consideravano, inoltre, più importante delle cerimonie il meraviglioso sacrificio di Cristo sulla croce. Per loro non vi era nulla di più importante per la vita e la testimonianza del popolo di Dio che gli insegnamenti contenuti nel Vangelo. Come è insegnato nel Nuovo Testamento, solo Cristo può liberarci dal peccato, solo per Suo mezzo otteniamo pace con Dio, solo Cristo, infine, può distruggere la schiavitù del peccato e sconfiggere Satana. Ogni persona può con la fede ed il ravvedimento essere liberata, per mezzo del Salvatore, dal peccato ed entrare in una retta relazione con Dio. Queste Chiese della Parola, ribadivano che si può essere salvati solo attraverso la grazia di Dio.

Roma, sede del Papa, e Wittenberg, residenza di Lutero, erano in contrasto sulla vera essenza della fede cristiana. Roma affermava che l’autorità suprema della Chiesa era la Sacra Scrittura e la Tradizione, mentre per Lutero e gli altri riformatori l’unica autorità era solo la Parola di Dio.

 

UNA FEDE BASATA SUL

NUOVO TESTAMENTO

Dio stesso spinse i grandi riformatori a fondare Chiese sulla Parola. Queste sono alcune delle dottrine insegnate dai riformatori e che ancora oggi i Mennoniti seguono.

Da parte di Dio la salvezza può essere donata solo per grazia. Da parte dell’uomo questa non può essere accolta che per fede. Ogni pratica o dottrina cristiana è fondata esclusivamente sulla Parola di Cristo, la Sacra Scrittura. Quando i Cristiani leggono o meditano la Parola di Dio sono assistiti, aiutati e benedetti dallo Spirito Santo che li rende capaci di comprendere tutto ciò che è necessario e utile per la salvezza e per una ricca, fruttuosa vita cristiana. Quando si è “in Cristo”, salvati, cioè, e rigenerati, siamo pienamente accetti al padre. Non è quindi più necessario ed anzi si offenderebbe Dio se volessimo ottenere il Suo favore o renderGli soddisfazione con azioni e penitenze. Per esempio, certe persone rifiutano di mangiare certi tipi di cibo in certi periodi dell’anno, o fanno buone opere, per cercare di ottenere il favore di Dio.

Il piano di Dio per i suoi figliuoli è che vivano nella società una esistenza normale, quindi che abbiano la possibilità di sposarsi, di possedere e di praticare qualsiasi onesta professione o occupazione.

I riformatori erano nettamente contrari all’ufficio del Papa ed anzi consideravano il papato come l’anticristo descritto nel Nuovo Testamento. Furono inoltre estremamente critici su quanto insegnava la Chiesa Cattolica in merito alla messa che veniva considerata come la rinnovazione incruenta del sacrificio di Cristo sulla croce offerta quotidianamente in tutte le Chiese. Tale dottrina, per i riformatori, rappresentava una terribile offesa a Cristo in quanto il sacrificio offerto sulla croce era stato sufficiente un volta per sempre.

 

DUE INSEGNAMENTI CARATTERISTICI

Comunque molte delle verità cristiane non si erano perse durante il Medio Evo: ed esse si sono mantenuti fedele sia ai Cattolici che agli Anabattisti Mennoniti. Abbiamo potuto osservare anche quanto di positivo ha recato la Riforma. Tuttavia gli Anabattisti (ribattezzatori) proseguirono oltre i riformatori nella riscoperta del Vangelo. Gli Anabattisti vennero, in contrasto sia con i Cattolici che con i Protestanti tra l’altro su due punti.

Il primo fu che gli Anabattisti non sottovalutarono l’importanza delle buone opere e non avevano alcuna riserva nel compierle. Essi non le consideravano come un modo per ottenere meriti presso dio, ma come frutto necessario della fede che salva. Un antico scrittore svizzero affermava che gli Anabattisti insistevano sulle buone opere molto più di quanto facevano i Cattolici.

Il secondo fu il bisogno per gli Anabattisti di annunciare Cristo in qualsiasi posto fosse possibile. Essi credevano strenuamente nell’evangelizzazione e nell’apostolato. Pensavano che ogni credente avesse ricevuto il mandato da Cristo e dalla Chiesa di diventare testimone. È nostro dovere, essi pensavano, fare discepoli tra tutti gli uomini in quanto il grande mandato è per i Cristiani un obbligo fino alla fine del mondo. I teologi luterani, a quel tempo, invece, insegnavano che il grande mandato era un comandamento solo per gli Apostoli e i missionari della Chiesa primitiva e credevano che si fosse concluso definitivamente nell’Età Apostolica. D’altra parte, essi pensavano, questo non si poteva applicare ai Cristiani europei del sedicesimo secolo che erano già Cristiani per il battesimo ricevuto da bambini.

 

 

 

CAPITOLO TERZO

 

 

 

 

 

 

I CARATTERI PRINCIPALI

DELLA DOTTRINA MENNONITA

 

I riformatori e gli Anabattisti del sedicesimo secolo posero le basi per un ritorno dei cristiani al Nuovo Testamento. Da questo movimento di rinnovamento sorsero alcuni punti dottrinali che sono ancora oggi alla base del credo mennonita.

 

LA NATURA DELLA CHIESA

Una delle posizioni principali degli Anabattisti e sulla quale maggiormente insistevano, era la natura e la funzione della Chiesa nella società. La loro affermazione principale era che la Chiesa e Stato dovevano essere separati, anche se ambedue erano istituiti da Dio. Lo Stato, tuttavia, dovendo mantenere l’ordine e la legge in una società in gran parte non cristiana, aveva necessità di stabilire ed applicare leggi e di usare metodi coercitivi per reprimere i colpevoli. L’uso della forza da parte dello Stato, e quindi da parte dei suoi funzionari, era consentita dal Nuovo Testamento. Questa era l’interpretazione che gli Anabattisti davano di Romani cap. 13.

 

La Chiesa, al contrario, è una comunità d’amore nella quale si ama Dio e ci si ama vicendevolmente. I cristiani non sono soggetti alla leggi: essi sono al di sopra della legge. Respingono le azioni cattive ed il peccato per un intimo desiderio di seguire e di piacere a Cristo e non per paura di essere puniti. La linea guida per la loro azione morale è rappresentata da Romani cap. 12. Questo passo della Bibbia ci insegna ad offrire i nostri corpi, sacrificio vivente a Dio, come i credenti nell’Antico Testamento presentavano un offerta a Dio. Per mezzo del Suo Figlio crocifisso Egli ha provveduto alla nostra salvezza ed è per questo che dobbiamo servirLo ed amarLo con tutta la sincerità del nostro cuore. Questo amore dovrà essere così grande e così contrario alla natura umana da dimostrare amore perfino nei confronti dei nostri nemici: un tale amore li potrà aiutare a credere che Cristo è il Salvatore.

 

Leggendo le Scritture gli Anabattisti pervennero alla conclusione che sarebbero divenuti seguaci del Principe della pace amando, soffrendo e perdonando. È per questo che rifiutarono di ricoprire cariche nello Stato che li avrebbe costretti a reprimere delitti ed a imporre la legge con l’uso della forza. Credevano molto fermamente, comunque, che per poter osservare gli insegnamenti riportati in Romani cap. 12, avevano bisogno dell’amore di Dio, immenso nei cuori come descritto in Romani 5:5. Questo stesso amore li avrebbe necessariamente condotti nella comunione della Chiesa.

 

DIFFERENZE TRA STATO E CHIESA

Per gli Anabattisti Mennoniti vi sono notevoli differenze tra la natura dello Stato e la natura della Chiesa. Infatti mentre si entra a far parte di uno Stato per diritto di nascita, solo per mezzo di una nuova nascita spirituale si può far parte della Chiesa. Lo Stato include tutti: sia buoni che cattivi. La Chiesa è formata da coloro che “camminano nella resurrezione” (come amava dire Michael Sattler). La funzione dello Stato è di mantenere l’ordine e la legge. Il compito della Chiesa è l’evangelizzazione e l’educazione cristiana. Lo Stato esercita l’autorità per mezzo della legge e con l’uso della forza. La Chiesa è soggetta alla Parola di Dio, “spada” spirituale, e allo Spirito di Dio che plasma e guida i suoi membri.

Se lo Stato può punire, imprigionare e, in alcuni casi, persino uccidere per mantenere l’ordine sociale, l’unica sanzione che la Chiesa può usare è la scomunica. Il capo dello Stato è una persona umana. Il capo della Chiesa è il Signore Cristo Gesù. Lo Stato cesserà di esistere al ritorno di Cristo mentre la Chiesa entrerà a far parte del regno celestiale come la “sposa” del suo Signore.

Purtroppo durante il Medio Evo molti Cattolici credevano che il Papa possedesse due spade: la “spada dello Spirito” (la Parola di Dio) con la quale dominava la Chiesa, la “spada d’acciaio” con la quale dominava i re della terra. Quest’ultima opinione a poco a poco e tra contrasti venne meno in conseguenza del decadere del potere temporale del papato ed oggi il Papa ha autorità solo sul minuscolo Stato del Vaticano. Anche molti gruppi Protestanti credono che come individui devono essere docili e misericordiosi ma, come cittadini di uno Stato, è loro lecito servire nel governo, nella polizia e nelle forze armate.

Tutti i cristiani, compresi gli Anabattisti Mennoniti, consideravano tuttavia lo Stato come un dono di Dio: il Signore desiderava che vi sia ordine e giustizia sulla terra. Lo Stato è una istituzione divina ed i suoi funzionari che fanno rispettare la legge sono coloro che nei piani di Dio proteggono i figli di Dio reprimendo i delitti e promuovendo la pace nella società.

Gli Anabattisti della Svizzera e dell’Olanda, ora conosciuti come Mennoniti, propugnarono, per primi dell’era moderna, la non violenza e la non resistenza. Rifiutarono infatti, anche a costo della vita, di partecipare sia ad attività di polizia, sia militari, per essere fedeli e coerenti alla lettera e allo spirito del Nuovo Testamento. Nel diciassettesimo secolo anche i Quaccheri presero una simile posizione di pace. E poi, all’inizio del diciottesimo secolo, la Chiesa dei Fratelli in America fu la terza denominazione che assunse questa posizione.

 

LA CHIESA COME COMUNITÀ

La Chiesa Cattolica medioevale possedeva una rigorosa gerarchia. Questa si estendeva progressivamente dai laici al clero (chierici, diaconi, sacerdoti, vescovi, ecc.). Il Papa si definiva vescovo dei vescovi. Dal 1870 una delle verità fondamentali del credo cattolico è l’affermazione che il Papa, quando parla ufficialmente come capo della Chiesa su dottrine che riguardano la fede e la morale, è infallibile: non può, cioè, errare. Gesù insegnò ai suoi discepoli (Matteo 23: 8-9) che non avrebbero dovuto usare il titolo di Rabbi o Padre “Voi avete un solo Maestro e siete tutti fratelli”. Gesù ricordò a coloro che lo seguivano che nelle nazioni del mondo le leggi dominano i sudditi  ma che chiunque avesse desiderato essere grande avrebbe dovuto divenire un servo, anzi uno schiavo. (Matteo 20: 25-27).

Nel Regno di Cristo grandezza significa avere una immensa capacità un’autorità che comporti onori e privilegi. Pertanto nella famiglia di Dio un ministro (servitore) non è consacrato per dominare gli altri; anzi gli è affidata la cura pastorale della comunità ed è responsabile di un fedele insegnamento della Parola. (cfr. quanto ha insegnato Gesù sui pastori in Giovanni 10: 1-16 e le istruzioni dell’apostolo Pietro in I Pietro 5: 1-7).

Sembra perciò più appropriato che i membri della comunità si chiamino tra loro fratelli e sorelle, piuttosto che costituirsi capi con titoli come “reverendo”. Allo stesso modo, un membro del corpo di Cristo non dovrebbe considerarsi più importante di un altro a motivo della propria ricchezza. Nei tempi apostolici agli schiavi che diventavano membri della Chiesa, veniva insegnato di gioire perché erano stati elevati a schiavi di Cristo stesso. (Efesini 6:9; Colossesi 4:1).

I cristiani non devono valutare una persona per la cultura e l’educazione che ha ricevuto. Ogni membro del corpo di Cristo può ricevere la conoscenza dello Spirito Santo nella misura con la quale la chiede con fede. Tutti i membri del corpo di Cristo devono mostrare lo spirito di Cristo. L’annuncio del Nuovo Testamento dell’eguaglianza nella famiglia di Dio denuncia drammaticamente l’ineguaglianza razziale nel mondo di oggi. Coloro che appartengono ad una razza devono amare, accettare e rispettare quelli di un’altra poiché tutti facciamo parte dell’unica razza umana ed abbiamo una comune origine: Dio trasse da un uomo tutte le nazioni della terra. È quindi peccato disprezzare o discriminare una persona a causa della sua razza, nazionalità o regione d’appartenenza.

 

SOLIDITÀ CRISTIANA

Il Nuovo Testamento invita vivamente i cristiani a dimostrare amore e solidarietà vicendevole. “così dunque, secondo che ne abbiamo l’opportunità, facciamo del bene a tutti; ma specialmente a quei della famiglia dei credenti”. (Galati 6:10) Nella stessa epistola leggiamo: “Portate i pesi gli uni degli altri, e così adempirete la legge di Cristo”. (Galati 6:2) Cristo ci annunciò anche: “questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi”. (Giovanni 15:12) Dimostrare amore a chi è nella necessità è veramente una prova: “Ma se uno ha dei beni di questo mondo, e vede il suo fratello nel bisogno, e gli chiude le proprie viscere, come dimora l’amore di Dio in Lui?” (I Giovanni 3:17) Un vero cristiano non può essere egoisticamente indifferente ai bisogni degli altri, specialmente se sono dei fratelli o delle sorelle in Cristo.

Gli Anabattisti Mennoniti della Svizzera e dell’Olanda, e più tardi quelli della Russia e del Nord America, furono attivi nel prendersi cura degli anziani, degli orfani, degli handicappati e dei malati. Recentemente questa assistenza è stata estesa anche ai carcerati, ai rifugiati e a coloro che soffrono per catastrofi naturali. Il Comitato Centrale Mennonita, conosciuto come MCC, è l’organizzazione che coordina la distribuzione degli aiuti (cibo, vestiario, medicine) in tutto il mondo. La MCC cerca di collaborare alla soluzione dei problemi della fame e della povertà nel Terzo Mondo con l’assistenza per il miglior sfruttamento e sviluppo delle risorse locali. Una speciale sezione della MCC, Assistenza Mennonita per la Calamità (MDS), assiste, inoltre, coloro che sono stati colpiti da particolari calamità naturali come inondazioni, terremoti, ecc., affinché possano ritornare al più presto alle loro case. L’Associazione Mennonita di Sviluppo Economico, il MEDA, offre prestiti finanziari agevolati a persone del Terzo Mondo che intendono cominciare piccole attività commerciali. Molti giovani svolgono attività presso il Sevizio Volontario (VS) per l’assistenza ad anziani, malati, handicappati, ecc. I Mennoniti nord americani hanno costituito una associazione chiamata Solidarietà Mennonita che offre una assicurazione sanitaria ai membri della Chiesa. Le quote sono favorevoli e i membri hanno contemporaneamente la soddisfazione di aiutare i fratelli e le sorelle che hanno bisogno. La Solidarietà Mennonita è un mezzo per mettere in pratica il principio cristiano di prendersi carico dei problemi del proprio fratello. Non è solo un egoistico desiderio di tutelarsi da eventuali possibili necessità in caso di malattia o disgrazia. Vi sono, inoltre, in molte comunità, associazioni di mutua solidarietà per venire incontro alle necessità dei fratelli e delle sorelle che hanno patito danni a seguito di incendi, tempeste e inondazioni.

La Chiesa è il corpo formato da coloro che si sono convertiti e hanno abbandonato il peccato per Cristo e nei quali dimora lo Spirito di Dio. La Chiesa non è quindi né un’associazione di beneficienza, né un comitato, né qualsivoglia altro organismo o struttura economica. Nel Nuovo Testamento i membri della Chiesa avevano una fede comune in Cristo e si univano per fortificarsi vicendevolmente e per rendere culto a Dio. Essi si preoccupavano di vivere una esistenza degna del nome di Cristo e di testimoniare la gioiosa appartenenza a Gesù.

Il Signore ordinò che le comunità avessero dei pastori, chiamati nel Nuovo Testamento sovraintendenti (vescovi) o anziani. Questi pastori non erano posti su un livello diverso dagli altri fratelli e sorelle. Piuttosto, dopo aver molto pregato, la comunità li eleggeva ponendo le mani su di essi e li incaricava di essere fedeli pastori del “gregge” del Signore. Queste persone erano spesso indicate anche come pastori o ministri. Essi dovevano vigilare sulla comunità e nutrirla della Parola di Dio. Questo è il modello che i Mennoniti cercano di seguire. A motivo del cattivo legame (vescovo=prestigio e potere) si è preferito usare la parola sovraintendente. La sovraintendenza è intesa come l’organismo (o persona) chiamato ed incaricato a coordinare il lavoro ecclesiale e spirituale tra varie comunità di un certo distretto.

Nel Nuovo Testamento troviamo presenti anche degli assistenti della comunità o diaconi (cfr. Filippesi 1:1). I requisiti spirituali richiesti agli anziani e ai diaconi sono indicati nella I Timoteo cap. 3. Storicamente i diaconi hanno avuto l’incarico di occuparsi delle necessità materiali della comunità preoccupandosi di soccorrere specialmente gli orfani e le vedove. Donne come Febe probabilmente servivano come diaconesse nella comunità (Romani 16:1).

L’organizzazione ecclesiale prevede anche delle “conferenze distrettuali”. Queste sono sostanzialmente dei sinodi dove i pastori e i diaconi si incontrano per confermarsi vicendevolmente, aiutarsi nel risolvere problemi comuni e riflettere sul modo migliore di far crescere le comunità nella fede. Questa è, ad esempio, la funzione dell’Assemblea Generale della Chiesa Mennonita che rappresenta tutte le comunità dell’America del Nord.

Sono stati costituiti, inoltre, dei comitati per meglio svolgere alcune attività. Il comitato missionario dirige le opere missionarie delle comunità cercando missionari, curando il loro trasferimento e raccogliendo fondi per il mantenimento e le loro attività. Il comitato editoriale che cerca di soddisfare le varie necessità culturali attraverso pubblicazioni e librerie. Il comitato per l’educazione che fornisce direttive alle scuole, collegi e seminari della Chiesa sul mondo di ottimizzare l’educazione cristiana. Il comitato per i ministri che aiuta le comunità ed i loro pastori a realizzare con sempre e maggior efficacia la loro opera pastorale. Il comitato di solidarietà che provvede con aiuti sistematici a coloro che si trovano nel bisogno.

L’esatto modello dei comitati e commissioni variano da gruppo a gruppo e da località a località. Distretti e convegni od incontri, aiutano ad organizzare le varie opere. Bisogna comunque sempre ricordare che l’essenza della Chiesa è la fede e una testimonianza di vita in Cristo e non le strutture.

 

CERIMONIE SIMPOLICHE DELLA CHIESA

Alcune cerimonie sono praticate dai Mennoniti e simboleggiano per i credenti la loro fede e la loro vita in Gesù Cristo. Tra queste vi sono il Battesimo, amministrato ai credenti adulti e non ai bambini, la Santa Cena, e la Lavanda dei Piedi.

 

IL BATTESIMO

Troviamo nel Nuovo Testamento una netta distinzione tra il segno esteriore del battesimo d’acqua e la realtà interiore che vuole simbolizzare. Questa realtà interiore è il battesimo di Cristo con lo Spirito (cfr. Matteo 3:11; Marco 1:8; Luca 3:16; Giovanni 1:33; Atti 1:5 e I Corinti 12:13). È lo Spirito Santo che dona realtà a tutto il simbolismo del battesimo d’acqua. Qual è il significato di questo simbolo?

Possiamo intendere il battesimo come segno della divina purificazione dal peccato. L’acqua è frequentemente usata per purificarci. Il Nuovo Testamento parla del battesimo d’acqua come se questo togliesse la macchia del peccato. In uno dei racconti della conversione di Paolo, troviamo scritto che il servo di Dio, Anania, disse al convertito della via di Damasco, quando era ancora privo della vista: “ricupera la vista …Ed ora, che indugi? Lèvati, e sii battezzato, e lavato dei tuoi peccati, invocando il suo nome” (Atti 22:13,16). Evidentemente Paolo non poteva lavare i suoi peccati ma, se ne aveva i requisiti, poteva conseguire la divina purificazione che Cristo opera per mezzo del battesimo interiore. Il senso di questo passo sembra essere: “Ed ora preoccupati che vengano lavati i tuoi peccati”. Il battesimo d’acqua vuol significare la nostra morte al peccato e la nostra resurrezione a nuova vita di Cristo. Il capitolo 6 della lettera ai Romani ci spiega il motivo per cui siamo ora morti al peccato: quando fummo battezzati, fummo battezzati nella morte di Cristo: Egli fu crocifisso, ucciso e sepolto. Nella stessa maniera, spiritualmente, deve essere netta e definitiva la nostra rottura con il peccato. Se traducessimo letteralmente il greco, dovremmo dire di essere stati co-crocifissi e co-risuscitati con Cristo. L’apostolo Paolo, in Efesini cap. 2, esprime lo stesso concetto. Egli afferma che siamo stati fatti rivivere con Lui, risuscitati con Lui e portati nel Suo regno per farci regnare con Lui. Tutto ciò significa che quando ci pentiamo e crediamo in Cristo per mezzo della potenza dello Spirito Santo, voltiamo le spalle al peccato come se fossimo morti insieme a Cristo. Il nostro battesimo d’acqua simboleggia questa morte. La nostra nuova vita in Cristo è miracolosa come se fossimo letteralmente rinati dalla morte. Quando chiediamo il battesimo d’acqua testimoniamo che Cristo ha operato questo miracolo in noi. L’apostolo Paolo dice: “Se dunque voi siete stati risuscitati con Cristo, cercate le cose di sopra dove Cristo è seduto alla destra di Dio”. (Colossesi 3:1).

La persona che chiede di essere battezzata promette di morire al peccato ed alla vecchia vita con Satana. Per mezzo del potere dello Spirito di Dio egli lo può fare. Se Dio è in grado di risuscitare una persona che è morta, è anche in grado di fare in modo che una persona debole (il cristiano) possa camminare nella vittoria sul peccato. Questa verità vittoriosa è celebrata nel battesimo d’acqua. Nella lettera I Pietro 3:18-21 viene affermato che Cristo è morto in croce sul Golgota una volta per sempre per i nostri peccati. Colui che era innocente è morto per coloro che erano malvagi: noi! Lo scopo della Sua morte è stato quello di innalzarci ad una relazione d’alleanza con Dio. Egli è nostro padre, noi siamo suoi figli. Il battesimo d’acqua è solenne promessa o patto di una buona coscienza con Dio per mezzo della risurrezione di Cristo. Il battesimo d’acqua non è un lavaggio del corpo: è una solenne promessa a Dio. Nel nostro battesimo noi facciamo un patto col Padre di camminare in Cristo: e questo possiamo fare solo perché Cristo è stato innalzato dalla potenza dello Spirito. Come questa potenza è stata in grado di innalzare Cristo, così è sufficiente per consentirci di camminare come fedeli discepoli. Il battesimo di Gesù, che segnò l’inizio della sua attività pubblica, è ricordato in Matteo 3:15; Marco 1:9 e Luca 3:21. Quando Egli fu battezzato, lo Spirito Santo discese su di Lui come colomba e Dio parlò per confermare la sua approvazione. Egli era stato preparato dallo Spirito per iniziare il suo ministero d’insegnamento. Nel giorno del suo battesimo, Gesù iniziò la strada che lo avrebbe condotto alla croce. Attraverso il battesimo d’acqua, Gesù si dichiarò pronto a pagare il prezzo della fedeltà alla volontà del Padre, come testimone di Dio sulla terra. Noi, come cristiani, dobbiamo:vivere come Cristo ha vissuto, identificarci con Lui, dichiarandoci pronti ad intraprendere la nostra missione di credenti ed affermare di voler essere fedeli testimoni del nostro Signore. Per i Mennoniti, quindi, il battesimo è, ancora una volta, una testimonianza del proprio battesimo interiore. È questo che ci rende capaci di testimoniare Cristo e la buona novella del Vangelo.

A Zurigo i seguaci di Conrad Grebel e di Felix Mantz, sostenevano che il battesimo doveva essere amministrato solo ai credenti. All’inizio facevano ciò come discepoli di Zwingli che, nel 1523, si era dichiarato per il battesimo dei credenti ritenendo che l’usanza in vigore sino al quarto secolo, di battezzare i credenti era da preferire al battesimo dei bambini. Anche se più tardi Zwingli optò per il battesimo dei bambini, Conrad Grebel ed i suoi amici continuarono a studiare la Parola di Dio e nel 1524 lo stesso Grebel poté dimostrare con efficacia la necessità del battesimo dei credenti. Nel 1525 alcuni seguaci delle idee di Grebel furono battezzati in base a quanto credevano e alla loro sottomissione a Cristo. Zwingli e la Chiesa di Stato chiamarono questi ribattezzati “Anabattisti” che in greco significa “ribattezzati”. Gli Anabattisti rappresentano, essendosi costituiti in libera Chiesa, una rottura con la Chiesa di Stato. Zwingli e gli altri riformatori del sedicesimo secolo accusarono gli Anabattisti di condannare alla dannazione i bambini, rifiutando loro il battesimo. I cosiddetti Anabattisti respinsero tale accusa poiché ritenevano che ciò non poteva dimostrarsi sulla base della Scrittura. La Bibbia, infatti, non afferma in nessun luogo che i bambini che non hanno ricevuto il battesimo sono condannati o privati della presenza di Dio relegandoli in un “limbo”. La Bibbia afferma che “Dio è amore” (I Gv. 4:16). In Romani cap. 5 ci viene detto che, come tutto il genere umano è stato condannato a causa del peccato di Adamo, così è stato giustificato per mezzo di Cristo. Il Suo sacrificio è sufficiente per tutti, è offerto a tutti ed è destinato a tutti. Come vi fu unità nel peccato e nella morte, così ora vi è unità nella giustizia e nella vita in Cristo. I bambini fanno parte di questa umanità per la quale Cristo è morto: il Suo sacrificio è sufficiente e copre i loro peccati finché non saranno consapevoli e responsabili nell’accettare o rifiutare l’opera salvifica di Cristo. I bambini sono spiritualmente salvi.

In Marco 10:14 Gesù si serve dell’esempio dei bambini per mostrare come sia il Regno di Dio. Lasciate chi i bambini vengano a me, disse, non impediteglielo perché Dio dà il Suo regno a quelli che sono come loro. Quando venne chiesto a Gesù come si poteva diventare i più grande nel Regno, Egli pose un bambino di fronte a sé come esempio (Matteo 18:1-5). È giusto insegnare ai bambini chi è Dio e che Egli li ha salvati per mezzo di Gesù. Si deve far comprendere loro la gioia e la sicurezza della preghiera e si devono rassicurare dicendo che Dio veglia su ciascuno di noi e che i nostri peccati sono perdonati per il sacrificio di Cristo. I bambini non possono essere quindi convertiti poiché non sono nel peccato. Il Signore conosce quando un fanciullo, divenuto adulto, deve essere chiamato al pentimento e all’impegno di riconoscere Gesù come Salvatore e Signore. Il momento per assumere tale impegno è chiamato l’età della ragione.

 

LA CENA DEL SIGNORE

Il Nuovo Testamento contiene quattro narrazioni dell’istituzione della Cena del Signore: Matteo 36; Marco 14; Luca 22 e I Corinzi 11.

Nel primo giorno della festa degli azzimi (la settimana di Pasqua), Gesù inviò due discepoli in una casa privata di Gerusalemme affinché preparassero il luogo dove celebrare la Pasqua. Durante il pasto di quella notte disse apertamente ai suoi discepoli che desiderava mangiare quel pasto con loro prima della propria passione.

La Pasqua era celebrata come memoriale della liberazione d’Israele dalla schiavitù dell’Egitto. La morte che colpì i primogeniti di ogni casa d’Egitto, costrinse il Faraone a lasciar partire dalle sue terre Israele. Dio, però, aveva precedentemente comandato al suo popolo di uccidere un agnello e di segnare con il suo sangue l’architrave e gli stipiti delle proprie abitazioni.

Dio disse agli Israeliti: “quando vedrò il sangue, passerò oltre” e così verranno risparmiati i vostri primogeniti. Adesso era Gesù stesso che stava per diventare l’agnello pasquale, sacrificato “una volta per sempre”. L’antica festa rituale giudaica presto sarebbe stata resa inutile poiché Gesù avrebbe realmente espiato per tutti i peccati. Perciò, da qual momento, Dio sarebbe “passato oltre” i peccati di coloro che avessero avuto fede nel sangue espiatorio di Cristo…

Gesù desiderava mangiare quell’ultima Pasqua per dare ai suoi discepoli un nuovo memoriale onde venisse ricordato il suo reale sacrificio per il peccato del mondo.

Al termine del pasto pasquale, Gesù prese il pane, rese Grazie a Dio, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli: “Questo è il mio corpo che è dato per voi” disse “fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo prese il calice e disse: “Questo calice… è la nuova alleanza nel mio sangue”. Con queste semplici parole, Gesù istituì il sacro e profondo memoriale del Suo corpo che sarebbe stato spezzato e del suo sangue che sarebbe stato sparso. Per mezzo della sua morte, Egli avrebbe compiuto un sacrificio completo e sufficiente per i peccati di ogni tempo.

La Chiesa cristiana è sempre stata fedele nell’osservanza della Cena del Signore. Nel Nuovo Testamento il pane è indicato come segno dell’unità di coloro che sono in Cristo. Questo fu ancora più sottolineato dai Fratelli svizzeri, come i primi Anabattisti erano chiamati nel loro paese. Prima di avvicinarsi alla tavola del Signore, essi richiedevano che ciascun partecipante fosse stato battezzato in Cristo con il battesimo dei credenti. Inoltre pensavano che ogni offesa tra i membri della comunità dovesse essere appianata e avvenisse tra essi piena riconciliazione prima di partecipare alla comunione.

In conformità allo spirito del Nuovo Testamento e alla fede della Chiesa cristiana primitiva, lo stato d’animo predominante del popolo di Dio, nel celebrare (mangiare) la Cena del Signore, dovrebbe essere quello di rendere grazie a Dio per essere stati riconciliati e perdonati per mezzo del sangue di Cristo. Sarebbe più esatto dire, per essere stati riconciliati e per aver ottenuto una nuova vita in Cristo per mezzo del suo corpo spezzato e del suo sangue sparso, perché nostro Signore fu inchiodato alla croce e il suo sangue cadde al suolo dalle sue cinque piaghe.

L’aspetto del rendimento di grazie era talmente compreso dalla Chiesa primitiva, che la Cena del Signore era spesso chiamata Eucarestia, una parola greca che significa “Rendere Grazie”. I cristiani nel mangiare il pane e nel bere dal calice, rendono grazie nei loro cuori a Gesù che li ha amati offrendosi a Dio come sacrificio per i loro peccati: un sacrificio che ha il potere di riconciliarli al Padre ponendoli in una relazione che il Nuovo Testamento indica spesso con il termine di “pace”. Questa pace che i cristiani hanno in Cristo significa molto più dell’avere una tranquillità di coscienza e di cuore: il suo vero significato è quello di un “benessere totale” poiché il credente ha il Padre come proprio Dio, il Signore come Salvatore e lo Spirito Santo come consolatore, collaboratore e guida per essere trasformato ad immagine spirituale di Cristo. Cosicché quando mangiamo insieme l’Eucarestia e Cena del Signore, annunciamo la benedizione ricevuta mediante la morte in croce del Salvatore. È per questo che dobbiamo avvicinarci alla tavola del Signore con santa gioia! Non ci deve sorprendere il fatto che il Nuovo Testamento inviti i cristiani ad esaminare se stessi prima di mangiare il pane e bere dal calice nella Cena del Signore (I Cor. 11:27-34). Questo esame interiore ha lo scopo di costringerci a porci alcune domande, quali, ad esempio: credo sinceramente che Dio ha inviato i proprio amato Figlio nel mondo a morire per i peccati commessi da tutto il genere umano? Credo che il Figlio di Dio ha offerto se stesso al Padre come sacrificio per i miei peccati: proprio per i miei? Credo che, per mezzo della sua morte in croce e del suo prezioso sangue sparso, Egli è il mio vero Salvatore, per ogni mia necessità? Sto cercando di condurre una vita che testimoni la mia riconoscenza a Dio per aver donato, ad un peccatore quale sono, il meraviglioso dono del perdono totale e della vita eterna? Ho perdonato, a mia volta, al mio prossimo tutte le offese che ho ricevuto? Il Salvatore ci ha insegnato che dobbiamo infatti perdonare se siamo stati perdonati da Dio (Mt. 6:14-15). Mi rendo conto che i membri della Chiesa sono il Corpo di Cristo, una comunità santa di pellegrini spirituali che hanno posto i loro cuori in quella eterna città, il cui architetto e costruttore è Dio (Ebrei 11:10) ? Invoco Dio affinché mi riempia in ogni istante con il suo grande amore in maniera che il suo Spirito possa rendere la Chiesa locale, di cui sono membro, una piccola “comunità del cielo”, una unità spirituale di fratelli e sorelle in Gesù? Comprendo chiaramente ciò che vuol dire il Nuovo Testamento, quando paragona il Corpo di Cristo, la Chiesa, al corpo umano? Comprendo l’obbligo dell’amore cristiano di soffrire con il mio fratello e la mia sorella nel Corpo di Cristo, come pure gioire con loro quand’essi gioiscono?

Possiamo riassumere la nostra visione della Cena del Signore nei seguenti punti:

1)   La Cena del Signore è la santa celebrazione dell’amore di Gesù, un amore così grande da offrirsi all’agonia della crocifissione e alla morte come “agnello di Dio”, come troviamo descritto da Isaia 53.

2)   La Cena del Signore è il momento nel quale meditare sulla gloriosa salvezza ottenuta in Cristo. Ora possiamo gioire per il perdono del peccato, per il dono della vita eterna, per il rapporto di “pace” con il nostro Dio misericordioso che ascolta e risponde alle nostre preghiere. Alla morte noi entreremo nel “modo glorioso” poiché noi “lasciamo questa vita per essere con Cristo, che è certamente la cosa migliore” (Filip. 1:23). Quando nostro Signore ritornerà nell’ultimo giorno, Egli ci farà risorgere nella resurrezione dei corpi, corpi che saranno come il corpo glorificato del nostro Signore Gesù Cristo (I Cor. 15).

3)   La Cena del Signore accende nei nostri cuori un amore sempre più profondo per il Salvatore che diede la propria vita per noi con dure sofferenze e con una terribile morte in croce sul Calvario.

4)   La Cena del Signore è un efficace memoriale di come ogni cristiano ha necessità di perdonare chiunque abbia potuto recarci danno ed offesa: sia che lo abbia fatto in maniera più o meno grave, sia che lo abbia fatto più o meno intenzionalmente.

5)   La Cena del Signore ci induce a rinnovare l’impegno di seguire Cristo con sempre maggiore fedeltà e di cercare di edificare la Sua Chiesa con sempre maggior ardore.

6)   La Cena del Signore è vivo ricordo di quanto grande sia il mio bisogno e di quanto adeguata sia la Grazia di Dio per Cristo.

7)   La Cena del Signore ci rammenta ancora una volta che il nostro Signore, crocifisso e incoronato, sta per ritornare ancora per noi, per portare via la Sua Sposa spirituale, la Chiesa.

 

LA LAVANDA DEI PIEDI: SIMBOLO DI FRATELLANZA

 

Durante tutto il suo ministero, Gesù cercò di far comprendere ai suoi discepoli la necessità dell’amore vicendevole. Insegnò loro a non preoccuparsi né della propria posizione sociale né degli onori e, soprattutto, a non contendere per ottenere il primo posto. Nella notte precedente alla sua morte in croce sul Golgota, vi fu, tra i dodici, una discussione su chi dovesse essere il più grande (Luca 22: 24-27). Gesù rimproverò i discepoli ricordando il suo insegnamento sull’amore e la fratellanza. Durante il solenne pasto della Pasqua, si alzò da tavola, si tolse la veste, si legò un asciugamano intorno ai fianchi ed iniziò a lavare i piedi ai suoi discepoli.

Oggi possiamo comprendere solo con difficoltà come questa azione sembrava fuori posto ai dodici. Vergognandosi, Pietro chiese a Gesù di non lavargli i piedi ma gli venne risposto che era necessario imparassero la vera purificazione del cuore. Dopo aver udito ciò, Pietro pregò che gli venissero lavati non solo i piedi ma anche le mani e il capo. Il momento culminante venne raggiunto con le parole del Salvatore: “Voi mi chiamate Maestro e Signore; e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, che sono il Signore e Maestro, v’ho lavato i piedi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni gli altri. Poiché io v’ho dato un esempio, affinché anche voi facciate come v’ho fatto io.” (Giovanni 13:13-15).

La Chiesa cristiana primitiva non era certa su come doveva interpretarsi il comando di Gesù. Forse il suo significato era solo quello di servirsi vicendevolmente nell’amore? Molti cristiani lo interpretarono solo in questo senso, tuttavia troviamo che, sin dall’inizio, alcuni Anabattisti interpretarono questo comando di Gesù anche letteralmente quale segno della continua purificazione dei credenti da parte del Cristo. Questa cerimonia è ancora oggi attuale come segno di uguaglianza e di servizio in un mondo dove si è dimenticato come ci si serve l’un l’altro.

 

IMPORTANTI ASPETTI DELLA

VITA ECCLESIALE

Sin dalle loro origini gli Anabattisti Mennoniti hanno creduto che i cristiani dovessero aiutarsi vicendevolmente nel fare ciò che piace a Dio, evitando tutto ciò che a Lui può recare disonore. Questo è in pratica ciò che viene chiamata la disciplina ecclesiale. Ora vedremo come la intesero gli Anabattisti.

 

LA DISCIPLINA NELLA CHIESA

La parola disciplina non deve essere fraintesa come punizione, ma come incoraggiamento e correzione data nell’amore ai membri della comunità. La disciplina nella comunità serve ad aiutare i credenti a diventare più fedeli e reali testimoni e discepoli. Un vero credente non può permettersi di compiere azioni che possono disonorare il buon nome di Cristo e la sua causa. I credenti hanno bisogno dell’aiuto reciproco per diventare discepoli più fedeli e seguaci della croce. A questo proposito per gli Anabattisti erano molto importanti i passi di Matteo 18:15 e Romani 12. Gesù ci dice, in Matteo 18:15, che se vediamo il nostro fratello peccare, dovremmo andare da lui per correggerlo e condurlo sul retto sentiero. Facendo così si può evitare un maggior allontanamento dalla fede. Troviamo espresso lo stesso concetto anche in Galati 6:1 con le seguenti parole: “Fratelli, quand’anche uno sia stato colto in qualche fallo, voi, che siete spirituali, rialzatelo con spirito di mansuetudine. E bada bene a te stesso, che talora anche tu non sia tentato.” Il vero credente, membro del corpo di Cristo, non può avvicinare con superbia o con spirito accusatore colui che momentaneamente si trova in una mancanza. Si deve, piuttosto, avvicinarlo con umiltà e dolcezza, pensando che tutti possiamo cadere nel peccato. Si dovranno avere parole franche e d’incoraggiamento nell’amore verso il fratello o la sorella in errore per poterli ricondurre alla fratellanza, piuttosto che deprimerli maggiormente umiliandoli se non abbiamo un simile atteggiamento d’amore, faremo bene a lasciare ad altri il compito di riconciliare le persone.

La disciplina ecclesiale nel Nuovo Testamento cerca di mantenere la santità del Signore nel Corpo di Cristo, piuttosto che salvaguardare delle regole umane frutto di tradizioni. I santi hanno bisogno l’uno dell’altro nel loro dovere di “legare e sciogliere” (Matteo 18:18; Giovanni 20:23). La comunità, usando la Parola di Dio, lega agli impenitenti i loro peccati e libera coloro che si pentono dalla loro colpa.

La testimonianza della Chiesa è effettiva quando i cristiani sono d’accordo sulla posizione da tenere nei confronti dei peccati della società, come, ad esempio, nel condannare lo sfruttamento dei poveri, le discriminazioni a causa della razza o del sesso. Tale testimonianza è spesso chiamata testimonianza profetica della Chiesa. Punendo tali peccati nel proprio corpo, la chiesa pone le fondamenta per una effettiva testimonianza contro il peccato della società.

 

TESTIMONI

“Voi sarete miei testimoni”, disse Gesù poco prima della sua ascensione. Con queste parole il Signore voleva affermare che lo Spirito Santo avrebbe arricchito ciascuno con i Suoi frutti (Galati 5:22-23) in modo da attirare gli uomini al Salvatore. Infatti, riscontrando l’amore, la gioia e la pace presente nei credenti, desidereranno abbandonare il peccato e convertirsi al Signore. Ripieno si Spirito Santo, il credente desidera far partecipare alla buona novella del Vangelo coloro che ancora non conoscono Cristo.

Quando i primi cristiani erano ancora tutti a Gerusalemme, il Signore permise che si scatenasse la persecuzione contro di loro. In tal modo furono dispersi e poterono annunciare ovunque arrivassero la Buona Novella. Le prime missioni nacquero così per mezzo di uomini come Paolo, Barnaba e Sila.

Paolo iniziò con i gentili “convertiti all’ebraismo senza sottomettersi alla circoncisione”. Erano, infatti, dei non Israeliti che amavano pregare con i Giudei, ascoltare la Scrittura e gli insegnamenti che si svolgevano nella sinagoga su Dio ed il suo inviato Gesù Cristo. In molti casi i Giudei “non credenti” (quelli cioè che non riconoscevano Gesù come messia) scacciavano Paolo. Tuttavia spesso molti gentili e diversi Giudei lo seguivano nelle nuove “sinagoghe” cristiane o comunità che egli fondava. Nei primi 150 anni della Chiesa cristiana, molte popolazioni dei paesi che si affacciavano sul Mediterraneo si convertirono al Signore; quelle nazioni cioè, che oggi identifichiamo nella Turchia, Grecia, Italia, Francia e Nord Africa. Non molto tempo dopo la fede cristiana raggiunse la Germania del sud, la Spagna, le Isole Britanniche, e persino, attraversata tutta la Persia, l’India. Intorno al 1000 d.c. tutta l’Europa era praticamente considerata cristiana anche se la cristianità di quel periodo non era veramente biblica. Molti, quindi, non considerarono più che fosse importante il grande mandato di annunciare la Buona Novella alle genti. Il sorgere degli Anabattisti nel sedicesimo secolo rinnovò l’interesse sul grande mandato di Cristo. Questi cristiani incominciarono, infatti, ad annunciare con grande vigore in Svizzera, Germania, Moravia, Olanda ed Alto Adige, la loro comprensione del Nuovo Testamento. In poco tempo le Chiese di Stato del tempo, cattoliche e protestanti, incitarono e appoggiarono i loro governi a perseguitare ed ad uccidere gli Anabattisti. Durante i primi anni del movimento vi erano alcune decide di piccole comunità nei cantoni di Zurigo e di Berna ma presto i loro capi furono messi a tacere in un modo o nell’altro.

 

L’apostolato di Conrad Grebel venne presto interrotto dalla peste che lo colpì nell’estate del 1526. Il primo martire Anabattista, Felix Mantz, fu affogato a Zurigo nel fiume Limmat all’inizio del 1527. Michael Sattler, meravigliosa figura di pensatore e scrittore, fu torturato, processato e bruciato nel maggio del 1527. Così accadde a molti Anabattisti uno dopo l’altro. I canti religiosi sui martiri, contenuti nel vecchio innario svizzero dell’Ausbund, ci raccontano come molti di questi testimoni sono morti a causa della loro totale obbedienza al Nuovo Testamento.

 

UN ESEMPIO

Uno dei più significativi testimoni fu Hans Hut, nato intorno al 1490 in Franconia nella Germania del sud. Egli fu intendente di un ricco personaggio dal 1513 al 1517. Successivamente viaggio vendendo libri luterani. Verso il 1524 fece conoscenza con le idee Anabattiste ed incominciò a credere che il battesimo dovesse essere amministrato solo a coloro che si fossero convertiti. Fu turbato anche dal basso livello morale di molti di coloro che avevano aderito alla riforma Luterana. Sembra che abbia avuto anche contatti con il rivoluzionario Thomas Muentzer. Alla fine fu attratto e conquistato dal pacifismo Anabattista ed accettò il battesimo dei credenti nel 1526.

Hut divenne così un importante evangelista che predicava ovunque potesse. Si narra che un giorno attraversasse tutta una città invitando i cittadini ad uscire dalle loro case e a radunarsi fuori dalle mura sotto un ponte e nella foresta. Alcune centinaia di persone accolsero l’invito ed egli predicò prendendo spunto dal passo che troviamo in Marco, al cap. 16, vv. 15-16: “Andate per tutto il mondo e predicate l’evangelo ad ogni creatura. Chi avrà creduto e sarà stato battezzato sarà salvato…”.  Molti, uditolo, si convertirono a Cristo.

La teologia di Hans Hut e la sua predicazione furono vigorosamente cristocentriche. Egli riteneva che il battesimo fosse riservato a coloro che erano pronti ad assumere gli impegni e le responsabilità che questo comporta. Pensava che dovesse seguire il ravvedimento e che avesse un triplice significato: 1) il battesimo con lo Spirito avviene quando facciamo un patto con Cristo nei nostri cuori; 2) il battesimo d’acqua è un segno esteriore del patto assunto di vivere nell’obbedienza al nostro Signore; 3) il battesimo di sangue è testimonianza di essere pronti a soffrire per Cristo sino alla morte.

Hut insegnava inoltre che deve essere praticata nella Chiesa la disciplina fraterna. I credenti hanno l’obbligo di correggere i membri negligenti che trascurano di assumersi le proprie responsabilità e che non camminano nell’amore. Come tutti gli Anabattisti, egli affermava che la Santa Cena era un sacro memoriale delle sofferenze e della morte di Gesù Cristo.

Hut morì dopo orrende torture il 6 dicembre 1527. Il suo corpo fu arso nello stesso giorno come quello di un eretico. Tra i suoi scritti si possono ricordare: Il segreto del Battesimo, l’Interpretazione delle scritture e Un Piccolo Catechismo. Scrisse anche alcuni inni.

 

L’ESPERIENZA CRISTIANA

Sin dall’inizio del cristianesimo sono nate varie interpretazioni o teoria sulla natura del sacrificio di Cristo per il peccato (la sua opera redentiva).

 

LA VISIONE VITTORIOSA

Ireneo, che fu vescovo della Gallia, è spesso onorato con il titolo di primo teologo sistematico. Egli visse intorno alla fine del secolo secondo ed insegnò la visione vittoriosa dell’espiazione. Voleva dire, cioè, che Cristo, assunta l’umana carne, venne crocifisso a causa della completa iniquità dell’uomo. Egli accettò di essere crocifisso e con la sua risurrezione annullò la potenza di Satana e del peccato. In conseguenza a ciò i cristiani possono ora impadronirsi di questa vittoria per mezzo della fede.

Forse la più chiara esposizione di questa visione vittoriosa la troviamo in Ebrei 2:14-15. Questo passo può essere parafrasato così: poiché siamo un popolo debole fatto di carne e di sangue, Gesù è diventato come noi ed ha partecipato alla nostra natura umana. Così, mediante la propria morte, ha potuto distruggere il diavolo, che ha il potere della morte, e liberarci dalla schiavitù, conseguenza della nostra paura della morte.

Questa visione vittoriosa venne dimenticata e durante il Medio Evo molti ecclesiastici interpretavano la morte di Gesù come un riscatto pagato al diavolo per la liberazione dei suoi schiavi umani. Anselmo nel 1098 indicò un’altra interpretazione spesso chiamata visione surrogatoria o sostitutiva: Dio fu offeso dal peccato dell’uomo e solo un uomo avrebbe potuto giustificarlo di fronte a Lui. Così l’eterno Figlio di Dio assunse la natura umana affinché come uomo potesse espiare per il peccato dell’umanità. In altre parole, Egli è morto al nostro posto per diventare il nostro sostituto. Abelardo seguì una visione differente. La sua influente teoria morale riteneva che la contemplazione della morte di un uomo buono come Gesù Cristo, deve spingerci a imitarlo nella fede e nella vita. Anche se sembra che Lutero avesse intuito la visione vittoriosa, i suoi discepoli la abbandonarono. Ai nostri giorni molti cristiani evangelici sono sorpresi se qualcuno si interroga sulla espiazione: tutti crediamo nella interpretazione sostitutiva. In verità questa visione è conforme a quanto insegnato da Isaia 53 e dalla I lettera di Pietro 2:24. Praticamente, però, la cristianità aveva dimenticato quasi completamente la visione vittoriosa del Nuovo Testamento. Gli Anabattisti cercarono di farla rivivere così come cercò di fare Wesley due secoli più tardi. Ma quanti fedeli oggi credono a questa verità? La visione vittoriosa significa molto più di una raggiunta pace tra Dio e gli uomini. Significa vincere e sbaragliare Satana e le sue milizie. L’espiazione di Cristo rende i credenti spiritualmente guariti e rigenerati consentendo loro di camminare vittoriosi sul mondo, sella carne e sul diavolo.

 

VIVERE NELLA SANTITÀ

 

La dura critica degli Anabattisti nei confronti delle Chiese di Stato, cattolica o protestante che fosse, era dovuta alla constatazione che i loro fedeli non camminavano in santità di vita. È chiaro, pensavano gli Anabattisti, che gli ecclesiastici insegnano una teologia rinunciataria. “Nessuno, dicevano, può vivere al di sopra del peccato. Noi tutti siamo peccatori nei pensieri, nelle parole e nelle opere. Pretendere di camminare nella santità è fanatismo puro e semplice”. No! La santità non è fanatismo, ribatterono gli Anabattisti, poiché questa è il frutto della morte e della risurrezione del Signore. Un Anabattista svizzero, Martin Weninger, scrisse nel 1535 una Apologia dell’Anabattismo. Questo documento confuta la teologia rinunciataria insegnata dai protestanti della Svizzera. Che nessuno possa vivere, affermava Weninger, in una vittoriosa spiritualità è semplicemente falso. Vivendo in Cristo e per potenza dello Spirito, noi possiamo camminare vittoriosi sul mondo, la carne ed il diavolo. Le opere ricolme dello Spirito cristiano non sono abominevoli alla vista di Dio! Al contrario, scriveva Weninger: “Colui che agisce bene per timore di Dio è bene accetto ai Suoi occhi”. Gli Anabattisti affermarono con decisione che il Nuovo Testamento insegnava che nella nostra conversione noi moriamo al peccato con nostro Signore e con Lui risorgiamo. Pertanto, per mezzo dello Spirito, siamo in grado di “camminare nella risurrezione” come Michael Sattler rappresentava coloro che erano adatti a ricevere il battesimo d’acqua. Spiritualmente siamo risorti (ascesi) con Cristo nella nostra vera dimora, il Regno dei Cieli. Come ci sottomettiamo a Dio per mezzo dello Spirito, così regniamo con Cristo.

 

In Romani 5:17 viene detto che coloro che ricevono l’abbondante grazia di Dio ed il dono della giustizia, parteciperanno alla vita eterna unicamente per mezzo di Gesù Cristo. Non è certo volontà del Signore che noi continuiamo a vivere nel peccato al fine di far sovrabbondare la grazia di Dio (cfr. Romani 6:1). Se noi affermiamo che non esiste vittoria sul peccato in Cristo, disonoriamo la vittoria di Cristo sul diavolo. Ciò che la legge non potrebbe fare in noi per la nostra debolezza umana, Dio lo ha compiuto mandando Suo Figlio nel mondo a morire come offerta per il peccato (Romani 8:3). Se noi, non per mezzo delle nostre forze ma per mezzo di quelle dello Spirito, riusciremo a far morire le opere della carne, vivremo ed otterremo la vita eterna (Romani 8:13).

 

Per il Nuovo Testamento, tutti i cristiani devono essere santi. Nessuno nega, certamente, che ogni cristiano sia debole ed imperfetto. La vittoria si conquista vivendo in una continua sottomissione a Cristo nello Spirito Santo. I cristiani devono crescere continuamente nella grazia, nella conoscenza e nella comprensione di Cristo come loro Signore.

 

Quando i cristiani non riescono a compiere tutto quanto si propongono di fare, Dio nella sua grazia perdona le loro involontarie mancanze. Alcuni hanno la pretesa di sembrare più santi e perfetti di quanto realmente lo siano. Tuttavia l’errore più comune è non cercare la vittoria che è disponibile, convertendosi a Cristo.

 

L’AMORE DI DIO RIVERSATO IN NOI

Noi non siamo in grado di vivere gli insegnamenti del Nuovo Testamento con le nostre sole forze. È contro la natura umana perdonare le offese, dimenticare i rancori, continuare ad amare qualcuno che ha tradito la nostra fiducia … Ma Dio, per mezzo del Suo Spirito, riversa il suo amore nei nostri cuori (Romani 5:5) e rende capaci i cristiani di perdonare, di dare amore anche quando questo non è meritato, d’avere fiducia, nonostante, le contrarietà, e di contraccambiare bene per male. Il Nuovo Testamento non stabilisce un momento particolare per ricevere questo Divino Amore. Piuttosto esso rappresenta una conquista che si ottiene giorno dopo giorno per mezzo della fede. Il Nuovo Testamento non conosce alcuna “esperienza” che possa garantire una perfetta vittoria senza tentazioni o sofferenze. In tutti gli aspetti della vita la vittoria deve essere ricercata continuamente nella fede attraverso una condotta cristiana, anche se l’aiuto divino e la grazia saranno sempre necessari per poter camminare nell’amore e nella santità. Tutti i doni della grazia si possono utilizzare se si “cammina nella resurrezione”.

 

CRESCERE PER MEZZO DELLA GRAZIA

Non vi è una formula particolare per la crescita cristiana. Ci sono tuttavia alcune regole che sono state raccomandate dai santi di ogni epoca:

1)   Sottomettere continuamente la propria volontà a Dio.

2)   Leggere e meditare frequentemente la Sua Parola.

3)   Pregare continuamente per adorarLo, renderGli grazie, intercedere e chiedere.

4)   Stare soggetti al Signore per fare partecipare e dimostrare agli altri le benedizioni del Signore e la Sua Salvezza.

5)   Vivere la comunità con gli altri credenti.

6)   Unirsi con i fratelli per il culto di adorazione.

7)   Essere pronti a respingere tutti gli inviti del mondo, della carne e del diavolo che ci spingono a pensare e a fare ciò che è contrario al volere di Dio.

8)   Ringraziare quotidianamente il Signore per averci chiamato a partecipare al suo Regno, per averci ricolmato di benedizioni e per il perdono ottenuto dei nostri peccati e delle nostre mancanze.

9)   Praticare con fedeltà, sacrificio e generosità il proprio dovere.

10) Fare il bene in ogni modo possibile: mostrando amore verso i bisognosi, perdonando coloro con i quali abbiamo avuto contrasti e sostenendo coloro che operano per l’eliminazione delle ingiustizie nella società.

11) Condurre una vita regolata con un giusto rapporto tra lavoro, riposo, attività ricreative, temperanza nel mangiare e nel bere e nell’uso di medicine.

12) Confidare continuamente in Dio per onorarLo ed essere al Suo sevizio.

Tutte queste cose, però, non devono essere osservate come fossero delle “leggi” ma come frutto della grazia che ci aiuta a farci crescere in Cristo.

 

LA VITA CRISTIANA

 

CRISTO È NOSTRO SIGNORE

Una difficile lotta si sviluppò nel sedicesimo secolo in quanto non era ancora nata l’epoca della tolleranza religiosa. Lo Stato e la Chiesa erano intimamente uniti e nei vari territori vigeva la formula “cuius regio, ejus religio” (i cittadini di un territorio dovevano aderire alla religione del loro signore). Ciò significava, quindi, che i vari principi o signori fissavano per decreto la fede che i loro sudditi dovevano praticare. Gli Anabattisti protestarono a lungo e con forza contro questo metodo che certamente è in contrasto con la Bibbia. L’Anabattista olandese Menno Simons si appellò alle autorità per ottenere tolleranza religiosa. Menno credeva che solo Dio, o Cristo, fosse il signore delle coscienze. La Chiesa deve essere libera senza alcun controllo da parte dello Stato. Ancora oggi molte Chiese in tutto il mondo sono alle prese con questo problema. In alcune zone la Chiesa non è soggetta ad interferenze o controlli, ma in altre lo Stato cerca di dominarla e di strumentalizzarla. Trovandoci in questa situazione nella nazione nella quale viviamo, seguiamo la Parola di Dio come nostra guida.

 

L’OBBEDIENZA DI FEDE

 

Gli Anabattisti si proponevano di  obbedire non solo ai Dieci Comandamenti e al Sermone sul Monte, ma cercavano di comprendere la Parola evitando gli errori di una “obbedienza di comodo”. Infatti cercarono di obbedire con la massima serietà agli insegnamenti di Cristo e dei suoi Apostoli, non per ottenere favori da Dio ma solo per piacerGli. Il primo Anabattista, Conrad Grebel, scrisse che “la dottrina del Signore e i suoi comandamenti ci sono stati dati al fine che noi potessimo realizzarli e metterli in pratica”. Gli Anabattisti furono sistematicamente accusati di cercare di guadagnarsi il paradiso solo per mezzo della loro obbedienza e delle loro opere. Alcune importanti testimonianze ci sono tutta via pervenute proprio dai loro avversari. Per esempio, uno studioso cattolico, Francesco Agricola, scrisse nel 1582: “Tra le sette eretiche esistenti non ve ne è alcuna che apparentemente conduca una vita più modesta, pia o migliore di quella degli Anabattisti. Nella vita esteriore sono irreprensibili: nessuna falsità, inganno, bestemmia, volgarità; nessuna intemperanza nel mangiare e nel bere, nessuna ostentazione o lusso è presente tra loro, ma umiltà, pazienza, rettitudine, sottomissione, franchezza sono totalmente presenti che uno può pensare che abbiano lo Spirito di Dio”.

Molti altri simili giudizi potrebbero essere riportati. Ciò non vuol dire che solo gli Anabattisti Mennoniti vivono in obbedienza alla Parola di Dio. Significa piuttosto che il loro modo di vivere nel sedicesimo secolo sembrava essere degno di nota a vari osservatori.

 

OBBEDIENZA AI “CONSIGLI EVANGELICI”

Gli Anabattisti Mennoniti accettarono alla lettera i cosiddetti “consigli evangelici”. Facciamo alcuni esempi. Gesù disse ai suoi discepoli di evitare di ricorrere ai tribunali, appianando i contrasti lontano da essi. Quale ne è il suo significato? Molti cristiani, anche studiosi, ritengono che Gesù volesse insegnarci solamente a non essere un popolo litigioso, pronto a rivolgersi ai tribunali o a simili istituzioni. I Mennoniti ritengono invece che il suo significato è esattamente quello che il Signore ha detto, senza interpretazioni o riduzioni di comodo.

L’Antico Testamento fu, ed è ancora, considerato come rivelazione divina anche se incompleta e non definitiva. Molti degli insegnamenti di Gesù sono più rigidi di quelli dell’Antico Testamento: come ad esempio quello relativo ad un tollerante sistema di facile divorzio (cfr. Matteo 19:3-9). L’insegnamento di Gesù, che troviamo in Matteo 5:26-27 in merito al ricorso ai tribunali, viene ulteriormente approfondito nella I lettera di Corinzi cap. 6. Tutti questi passi della Scrittura diedero la convinzione agli Anabattisti di essere veri interpreti dell’insegnamento del Maestro. Ma in fondo Cristo voleva insegnarci qualcosa di ancora più importante: di non essere, cioè, così attaccati alle cose che possediamo da essere pronti e costretti a ricorrere ai tribunali per difenderle.

Gesù insegno ai suoi discepoli anche a non giurare mai poiché tutti i giuramenti alla fine sono rivolti a Dio (Matteo 23:16-22). Non giurando, disse il Salvatore, riconosciamo il nostro stato di creature: non abbiamo, infatti, neppure il potere di far crescere un capello bianco o nero. Sembra quasi che Gesù voglia raccomandarci di riconoscere il nostro stato di creature e di affermare con semplicità l’intenzione di voler dire la verità nel miglior modo possibile. Gesù ci insegna che non vi è alcun bisogno di cercare di rafforzare o di difendere la nostra testimonianza con il giuramento. L’Apostolo Giacomo al capitolo 5, versetto 12, ci ripropone il medesimo insegnamento dato da Gesù.

Un altro severo insegnamento del Vangelo è quello di non resistere ai malvagi. L’Antico Testamento consentiva di ricorrere ai tribunali denunciando il torto subito. In conformità alla legge, il malvagio sarebbe stato condannato allo stesso trattamento che il querelante aveva subito. In breve, il giudice avrebbe applicato la norma: vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, ecc. Tale principio è conosciuto come “la legge del taglione”. Tuttavia questo non significava che l’Israelita fosse libero di applicare autonomamente la legge. Egli doveva ricorrere al giudice e questi avrebbe applicato la sentenza in conformità alla legge del taglione. L’Antico Testamento non ha mai insegnato che qualcuno potesse vendicarsi direttamente. Gesù, però, non solo ci insegnò a non vendicarci verso coloro che ci avevano fatto del male ma a non servirci neppure della legge per farci rendere giustizia dei torti subiti. Per mezzo dell’azione dello Spirito Santo, il nostro amore verso tutti gli uomini sarebbe stato tanto grande da non consentirci di vendicarci in nessun caso. Quando siamo colpiti sulla guancia destra, dobbiamo presentare anche l’altra. Se qualcuno vuol farci un processo per prenderci la tunica, dobbiamo lasciargli anche il mantello (Matteo 5:38-42). Dobbiamo aiutare chi si trova nel bisogno e rispondere con la legge dell’amore a chi ci chiede un prestito. In altre parole Dio vuole che siamo perfetti nell’amore (Matteo 5:48).

In Matteo 23:8-12, Gesù ci mette in guardia dal cercare titoli di onore come rabbi (maestro) e padre. Questo severo insegnamento è ancora oggi difficile da mettere in pratica. Infatti si possono udire titoli come: Reverendo, Dottore, Eccellenza e persino Padre. Gesù ci ha insegnato di evitare tali titoli e di accontentarci di sentirci chiamare solo per nome. Per obbedire a questo insegnamento di Gesù, dobbiamo usare, alla maniera del Nuovo Testamento, gli appellativi di fratello o sorella anche per coloro che svolgono il servizio di pastore, diacono o sovrintendente. Dobbiamo sforzarci di rendere la Chiesa una famiglia d’amore formata da fratelli e sorelle e non un luogo dove primeggiare in posti d’onore o di potere.

Nel Sermone sul Monte (Matteo 6:19) Gesù ci mette in guardia dall’accumulare ricchezze in questo mondo. I tesori della terra possono essere facilmente distrutti dai tarli e dalla ruggine. Gesù volle che ci impegnassimo nella causa di Dio e così facendo acquistassimo tesori in cielo. Gesù vuole dirci, in sostanza, che il cuore dell’uomo può essere fatto prigioniero o dal denaro o dalla sollecitudine per il Regno di Dio. Il primo porta alla nostra rovina, l’altra alla nostra salvezza.

Una volta Gesù si soffermò ad osservare in quale maniera il popolo di Israele contribuiva al tesoro del Tempio. I ricchi donavano abbondantemente ma, probabilmente, senza molto soffrirne perché rappresentava il superfluo. Ad un certo punto, però, si avvicinò una povera vedova e Gesù rivelò che le due piccole monete di rame che stava offrendo rappresentavano tutto ciò che possedeva. Il Salvatore la elogiò molto perché, disse, ella aveva contribuito molto più dei ricchi. Aveva infatti donato con semplicità le sue ultime risorse perché cercava di dare ciò che aveva ricevuto dal Signore (cfr. Marco 12:41-44). In merito alle ricchezze Gesù insegnò, e la Chiesa delle origini praticava, uno spirito di generosa donazione. La sollecitudine di Cristo non era nel fare accorti investimenti che avrebbero consentito sostanziosi profitti, ma quella di donare generosamente a coloro che venivano a trovarsi nel bisogno. Al giovane ricco che gli chiedeva cosa fare per ottenere la vita eterna, Gesù rispose di osservare i comandamenti di Dio. E poiché il giovane ricco aveva obbedito ad essi sin dall’adolescenza, Gesù gli indicò ciò che di tenebroso vi era nel suo animo: l’attaccamento alle proprie ricchezze. Gesù lo invitò a liberarsene perché quell’attaccamento stava distruggendo la sua vita spirituale. Combatti questo tuo peccato donando ogni tua ricchezza ai poveri, sembra voglia dire Gesù, e sarà così trasferito il suo tesoro in cielo! Poi vieni e seguimi (Luca 18:18-30). Quando il giovane ricco udì queste parole, si rattristò e si allontanò addolorato. Vedendolo allontanarsi Gesù disse: “Come è difficile per quelli che sono ricchi entrare nel Regno dei cieli”. Ciò nonostante, Gesù accennò che comunque anche un ricco avrebbe potuto essere salvato da Dio. L’apostolo Paolo, in I Timoteo 6:17-19, fornisce delle precise istruzioni ai ricchi. Il passo ripete gli stessi insegnamenti dati da Gesù: guardarsi dall’orgoglio, non mettere la propria speranza nelle ricchezze e far il bene. Occorre essere generosi, pronti a mettere in comune quello che si possiede in modo da prepararsi un sicuro tesoro in cielo. Gli Apostoli e i primi cristiani pensavano che la ricchezza servisse per essere distribuita. Luca scrive negli Atti 2:44 e 4:32 che i primi credenti erano talmente pieni d’amore divino che per mezzo dello Spirito Santo mettevano tutto “in comune”. Questa espressione ricorre in ambedue i versetti. Probabilmente, tuttavia, dobbiamo chiederci cosa volesse affermare Luca. Forse un nuovo sistema economico? Forse una Chiesa imposta su basi di mutua cooperazione? Nulla di tutto ciò, ma un nuovo spirito di generosità totale è l’insegnamento che emerge da questa espressione usata da Luca. Atti 4:32 ci dice che vi era una intesa unità d’amore e grande spirito di solidarietà nella Chiesa. Alcuni credenti possedevano dei beni ma nessuno pensava che dovessero soddisfare solo alle loro necessità o fossero una proprietà esclusiva. In altre parole, se uno ha bisogno di una certa somma per qualche necessità, io devo aprire il portafoglio e dargliela. In realtà ciò che possiedo non è mio: l’amore mi costringe infatti a mettere a disposizione ciò che ho per aiutare chi si trova nel bisogno. Questo era lo spirito della Chiesa primitiva nella quale ognuno agiva per il bene dell’altro. Nessuno cercava il proprio benessere ma quello del fratello (I Corinzi 10:24).

 

METTERE CRISTO AL PRIMO POSTO

 

I cristiani sono spesso tentati di mettere la propria famiglia al primo posto nella vita. Gesù disse a coloro che lo seguivano che, se volevano diventare suoi discepoli, avrebbero dovuto considerarlo al primo posto nella loro resistenza. Padre, madre, moglie, figli, fratelli e sorelle, ma anche se stessi, si dovevano considerare al secondo posto (Luca 14:26 e Matteo 10:37).

Gli Anabattisti cercarono di vivere basandosi su questa verità. Alcuni di loro lasciarono la propria casa per diverso tempo per poter annunciare la Parola e cercare di estendere la causa di Cristo. Evidentemente i critici furono ponti a condannare questa non comune obbedienza come “un attentato agli obblighi familiari”. È vero, invece, che la comunità si preoccupò che ogni famiglia fosse tutelata e protetta per ogni eventualità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO QUARTO

 

 

 

 

 

 

 

 

PRINCIPI BASILARI PER UN

DISCEPOLATO CRISTIANO

 

 

La fede cristiana si basa su alcuni principi fondamentali. Uno di questi è la fedele risposta a Dio nel nostro vivere quotidiano. Questo comportamento viene chiamato discepolato.

 

IL FEDELE DISCEPOLATO DI CRISTO

 

L’eterno Figlio di Dio si fece uomo non solo per poterci insegnare come il Padre vuole che ci comportiamo nella vita. Gesù si fece vero uomo e fu essere umano proprio come noi lo siamo. Fu tentato in tutto ciò in cui anche noi lo siamo, ma tuttavia non peccò mai (Ebrei 4:15). Gesù fu fedele al Padre e non cedette mai né a Satana né alle sue tentazioni. Il diavolo suggerì alcune suggestive e piacevoli immagini sul come stabilire il Regno di Dio, ma Gesù fu fedele al Padre e alla sua natura divina. Gesù non solo fu uomo come noi, ma fu anche divino come Dio Padre. Nel Nuovo Testamento Gesù è chiamato Dio (Giovanni 1:1). Un’antica confessione di fede lo indica come “Dio vero da Dio vero”. Questo paradosso – una verità apparentemente contraria alla ragione umana – è il vero centro di tutta la fede cristiana.

Per Gesù diventare discepoli significa sofferenza. Israele non avrebbe capito l’annuncio e la missione del Salvatore, il Messia (o in greco, il Cristo). Molte profezie annunciavano che Egli sarebbe venuto come un re. Egli sarebbe stato della famiglia di Davide e avrebbe occupato il suo regale trono regnando nella prosperità e liberando il suo popolo. Questo significa che, come Messia, Egli avrebbe preso il trono di Davide meritando la fedeltà del suo popolo, Israele. Le profezie che si riferiscono al Servo sofferente, come in Isaia 53, ci indicano che tale Servo non sarebbe stato certamente attraente. Sarebbe stato, infatti, disprezzato e rigettato dagli uomini e avrebbe avuto familiarità con la sofferenza: l’Uomo dei dolori. Isaia descrive la sua sofferenza come vicaria o sostitutiva: avrebbe sofferto non per se stesso ma per il suo popolo. Avrebbe portato su di sé i nostri dolori e sarebbe stato trafitto per le nostre trasgressioni. Per mezzo della sua punizione avremmo goduto “pace”, cioè, totale benevolenza e piena accoglienza dal Padre. Per mezzo delle sue ferite avremmo potuto ricevere guarigione e salute spirituale. Non saremmo più vissuti in un senso di colpa senza speranza e nel timore di ciò che il futuro ci avrebbe preparato. Il punto culminante della descrizione del Servo Sofferente in Isaia 53:6 è:

Noi tutti eravamo erranti come pecore,

ognuno di noi seguiva la sua propria vita;

e l’Eterno ha fatto cader su lui

l’iniquità di noi tutti.

Gli scrittori del Nuovo Testamento riportano con grande chiarezza la vita e l’insegnamento, la sofferenza e la morte, la risurrezione e l’intronizzazione di Gesù, il Messia o Cristo.

Prima della morte e della risurrezione di Cristo, i discepoli erano perplessi sulla natura del regno che Egli avrebbe stabilito: pensavano probabilmente che avrebbe restaurato il Regno d’Israele. Proprio due generazioni prima di Gesù, gli odiati Romani avevano distrutto il regno giudaico dei Maccabei. I discepoli speravano che Cristo l’avrebbe instaurato di nuovo. Migliaia di Giudei avrebbero abbracciato la causa di Gesù, se Egli avesse incitati ad un’azione militare per buttare a mare i Romani. Il partito giudeo degli Zeloti aspettava con impazienza che giungesse questo giorno.

 

IL DISCEPOLATO È BASATO SULL’AMORE

 

Durante tutto il suo ministero, Gesù cercò di far capire ai suoi discepoli di non essere venuto per imporre con la spada la sua missione. Colui, infatti, che usa la spada certamente perirà di spada (Matteo 26:42). Giorno dopo giorno, Gesù cercò di chiarire che Egli avrebbe adempiuto il mandato del Padre, non distruggendo i suoi nemici con la fora, ma con l’amore che è pronto alla sofferenza. L’ombra della croce incombeva durante tutto il ministero di nostro Signore. Il Vangelo di Giovanni ce lo spiega chiaramente: “Distruggete questo tempio” disse Gesù del proprio corpo terreno – “ed io lo farò risorgere in tre giorni” (Giovanni 2:19).

Come Mosè innalzò nel deserto il serpente di bronzo, così sarà innalzato sulla croce il Figlio dell’uomo (Numeri 21:9; Giovanni 3:14). Gesù disse a coloro che lo ascoltavano che il “pane” di cui essi avevano realmente bisogno era la sua carne, che avrebbe dato per la vita del mondo. In Giovanni 7:33 annuncia ancora più chiaramente: “Ormai sarò in mezzo a voi ancora per poco, sto per tornare da Colui che mi ha mandato”. Gesù cercò intensamente di dare ai suoi discepoli la consapevolezza di essere sotto la protezione divina. Egli disse di essere il Buon Pastore che dà la propria vita per le sue pecore (Giovanni 10:11, 15, 17, 18). Quando Maria unse Gesù con costoso profumo, Egli le disse che lo stava ungendo per il giorno della sepoltura (Giovanni 12:7). Ai Greci, che allarmati temevano per la sua vita, Gesù riaffermò l’eterna legge della vita: se un grano di frumento non finisce sotto la terra e non muore, rimane solo un piccolo ed unico seme. Ma se muore, produrrà molti frutti (Giovanni 12:24). Egli potrebbe obbiettare, come fece con Pietro che voleva difenderlo: “Non berrò io il calice che il Padre mi ha dato?” (Giovanni 18:11).

 

IL DISCEPOLATO È IMITARE CRISTO

NEL PORTARE LA CROCE

 

Gesù venne e sofferse i dolori della croce. Marco riporta tre distinti episodi nei quali Gesù cercava di annunciare chiaramente che era destinato a morire ed a risuscitare (Marco 8:31; 9:31; 10:32-34). La morte di nostro Signore, infatti, fu il sacrificio che, come riscatto, ci avrebbe liberato dalla schiavitù del peccato (Matteo 20:28; Marco 10:45).

Dopo la sua risurrezione, Cristo avrebbe potuto rimproverare i suoi discepoli per aver trascurato di considerare le profezie per sul Servo Sofferente presenti nell’Antico Testamento. Egli li accusò di essere “lenti di cuore” nel credere in ciò che le profezie avevano predetto. Chiese: “Non occorreva che il Cristo soffrisse queste cose ed entrasse quindi nella Sua gloria?” (Luca 24:25-26). I discepoli non avevano per nulla applicato al Messia i passi sul Servo Sofferente non comprendendo che per compiere la propria missione redentiva, il Messia avrebbe dovuto, per volontà di Dio, soffrire e morire. I discepoli certamente non pensavano ad una redenzione spirituale quanto ad una liberazione politica. Così, pazientemente, il Signore sulla strada per Emmaus (Luca 24) si richiamò al tema delle profezie messianiche presenti nelle Scritture. Ogni cosa, Egli affermò, che è stata scritta su di Lui nella legge di Mosè e nei profeti, si è adempiuta. I passi che si riferiscono al Servo Sofferente e al Re Messia, si sono compiuti. Durante i quaranta giorni dopo la risurrezione, Gesù continuò a spiegare la Scrittura e come si erano adempiute in Lui le profezie che riguardavano il Messia (Atti 1:3). Poco prima della sua ascensione disse ai suoi discepoli di recarsi a Gerusalemme per ricevere il dono del battesimo dello Spirito Santo. Essi vi andarono e dopo dieci giorni la profezia di Gioele 2 si realizzò durante la festa della Pentecoste. Per questo motivo indichiamo la discesa dello Spirito Santo con il termine Pentecoste.

 

UNA NUOVA PROSPETTIVA

Nel grande giorno della Pentecoste lo Spirito Santo discese sui discepoli (Atti 2). Dopo questo dono i discepoli non credettero più ad una liberazione politica dal dominio di Roma. Da questo momento i cristiani fissarono il loro obiettivo sulla buona novella del Vangelo che consiste nella possibilità, per coloro che voltano le spalle al peccato e si sottomettono nella fede, di trovare il perdono e la rigenerazione in Cristo.

Come ci viene rivelato nell’Antico Testamento, il piano di Dio è stato la salvezza per mezzo di Cristo. Molti Ebrei non riuscirono a comprendere questo disegno e le intenzioni di Dio: erano troppo preoccupati da obiettivi politici. Lo Spirito Santo purificò e fece comprendere chiaramente ai primi cristiani quale fosse il vero piano di Dio. Cristo doveva soffrire per la nostra redenzione prima di essere innalzato come Messia e Signore alla destra del Padre. Gli autori del Nuovo Testamento usano regolarmente, per indicare Cristo, la stessa parola che i Romani usavano per indicare il loro imperatore. Egli è il nostro Re, il nostro Signore, ed era ora il nostro obiettivo è do compartecipare agli altri la Sua signoria sul peccato e sulla morte.

 

GESÙ CRISTO È IL NOSTRO ESEMPIO

La sofferenza di Cristo, seguita dalla sua glorificazione nel regno eterno, rappresenta il piano di Dio per i cristiani. Anche noi siamo chiamati, qui ed in questo momento, alla sofferenza. Non ci è stata promessa una vita facile quando ci siamo messi a seguire Gesù. Egli precisò che i discepoli non sono maggiori del loro Maestro. Se il Capo della Chiesa ha dovuto sopportare umiliazioni e sofferenze, i discepoli non possono certamente aspettarsi nulla di meno (cfr Matteo 10:21-25).

La Chiesa del Medio Evo trascurò i passi del Nuovo Testamento che si riferiscono al Servo Sofferente. La Chiesa, del resto, non identificava se stessa in un corpo sofferente. Così facendo commise lo stesso errore degli Ebrei che credevano in un messia terreno.

In netto contrasto con questa visione, gli Anabattisti del tempo della riforma sottolinearono quegli aspetti relativi alla sofferenza presenti nel Nuovo Testamento.

 

PORTARE LA PROPRIA CROCE

Gesù disse molto chiaramente che, chiunque volesse essere suo discepolo, doveva smettere di pensare a se stesso, prendere ogni giorno la propria croce e seguirlo (Luca 9:23). Hans Denck, un Anabattista quasi mistico, fu profondamente attratto da questo insegnamento di una Chiesa sofferente. Disse Denck: “Nessuno può conoscere veramente Cristo senza imitarlo nella propria vita”.

Questo insegnamento di imitare Cristo nel portare la croce è un tema centrale della dottrina Anabattista Mennonita. Tutta la letteratura Anabattista lo sottolinea. Nel 1554 Menno Simons scrisse un notevole volume si La Croce dei Santi.

Gesù ci preavvertì dicendoci che se siamo odiati dal mondo, il mondo ha odiato Lui innanzitutto (Giovanni 15:18). Paolo e Barnaba avvertirono i convertiti del mondo romano che avrebbero dovuto soffrire. Solo attraverso molte tribolazioni entreremo nel regno di Dio (Atti 14:22). Pietro apostolo ci ha lasciato un meraviglioso realistico insegnamento: “Chi vi potrà fare del male se voi siete sempre impegnati a fare del bene?” (I Pietro 3:13). Lo stesso tema viene sviluppato al Capitolo 4, versetti 12-16: non meravigliatevi, scriveva, delle persecuzioni che sono scoppiate in mezzo a voi, piuttosto siate contenti di partecipare alle sofferenze di Cristo …Se uno soffre perché è cristiano, ringrazia Dio di portare questo nome. Uno dei primi Anabattisti, Conrad Grebel, predisse che sia lui che i propri confratelli avrebbero dovuto sopportare persecuzioni a motivo della loro testimonianza per una Chiesa libera dallo Stato. E purtroppo cos’ accadde.

 

SOFFERENZA E TESTIMONIANZA ANABATTISTA

Forse il libro che ha goduto maggior influenza nella storia della Chiesa Mennonita è il famoso Specchio dei Martiri (1660) di Tielman j. Braght. Questo enorme volume do oltre 1100 pagine, riassume, ampliandoli, alcuni dei primi martirologi. È stato stampato in olandese (due edizioni), in tedesco ed in inglese (sei ristampe dal 1938 al 1972).

In questo libro possiamo leggere le selvagge torture, le crudeli ed inumane esecuzioni di innumerevoli martiri Anabattisti Mennoniti. Circa 5000 Anabattisti morirono nel sedicesimo secolo a testimonianza della loro fede: per circa la metà in Olanda e in Belgio e per l’altra metà in Svizzera, Germania, Austria, Alto Adige e perfino nel Veneto. Lo spazio non ci consente di accennare caso per caso, ma vogliamo, almeno, riportare uno scritto hutterita per riassumere questo periodo di enormi sofferenze. Dopo aver riportato nella Grande Cronaca Hutterina il martirio di oltre 2000 Anabattisti, il redattore termina: “Molte furono le condanne dispensate in questo modo… con molta astuzia e furbizia; con simulata dolcezza e con suadenti parole, per mezzo di preti, di frati, di dottori in teologia, su dottrine e testimonianze false, con grandi minacce ed intimidazioni…

Molti di loro, nonostante fossero rinchiusi in tetre prigioni, innalzavano inni di lode a Dio come se si trovassero in una grande gioia. Alcuni, mentre si avviavano alla morte, …procedevano come se avessero dovuto incontrare lo sposo alle nozze innalzando canti gioiosi con voce squillante perché meglio risuonasse tutt’intorno. Molte fanciulle, quando stavano per essere portate sul luogo dell’esecuzione, si adornavano… gioiosamente come si preparassero ad un giorno di festa, o come se avessero pregustato una vera gioia celestiale, o che stessero per passare su un ponte che le avrebbe introdotte alla gioia eterna. Alcuni salivano con il sorriso sulle labbra glorificando Dio di essere ritenuti degni di morire da sinceri cristiani …Alcuni esortavano con ardore gli spettatori al pentimento e al ravvedimento. Alcuni, ancora, venivano catturati così tempestivamente da non aver avuto neppure il tempo di ricevere il battesimo d’acqua ma ricevendo tuttavia quello di sangue …Nessun essere vivente e nulla al mondo avrebbe potuto diminuire il loro coraggio di veri amanti di Dio. Il fuoco di Dio bruciava in loro.

Da questo sangue innocentemente versato sorsero cristiani ovunque… molti furono spronati dalla loro testimonianza per un ideale tanto impegnativo, dal loro modo di vita, dal loro credo e dal loro sforza a seguire il loro esempio ed a prepararsi per il futuro. Alla fine le esecuzioni furono effettuate di notte, come accadde nel Tirolo… in segreto e di notte, in modo che nessuno potesse vedere, udire o sapere… In alcuni luoghi essi riempirono le prigioni e furono incarcerati con la convinzione, come credeva il Conte palatino del Reno, di soffocare ed estinguere con essi il fuoco di Dio. Ma nelle prigioni essi erano felici e cantavano. Nulla veniva loro risparmiato… subirono ogni sorta di tortura e di sofferenza. Ad alcuni vennero trapassate le guance con fessi roventi.

In ogni luogo vennero riversate su di loro calunnie e falsità come, ad esempio, che avevano piedi di capra e zoccoli bovini, o che offrivano alla gente da bere da piccole fiasche per renderli come loro. Si diceva, inoltre, che mentivano tra loro, che mettevano le proprie mogli in comune… che uccidevano e mangiavano i propri figli.

Ma quando nostro Signore Gesù Cristo tornerà portando il fuoco ardente, con molte migliaia di angeli, per tenere il giudizio nel suo grande Giorno, la verità verrà alla luce. La terra restituirà il sangue bevuto e non nasconderà più i suoi segreti. Il mare riconsegnerà i morti da esso custoditi e coloro che furono ridotti in cenere e in polvere, si alzeranno ed usciranno…

Ma i santi martiri di Dio che sono in questo tempo gravati da ogni sofferenza, entreranno in possesso di una splendida corona, di un regno glorioso, di una gioia indescrivibile, di una pace celestiale, di una vita eterna, di una salvezza perenne, di una infinita, incommensurabile e meravigliosa gloria. La sofferenza del presente non è paragonabile a quella gloria che nessun occhio ha veduto, nessun orecchio ha udito, nessun cuore ha sperimentato e nessuna lingua è in grado di descrivere ma che Dio ha preparato per coloro che lo amano. Questa gloria e queste benedizioni non avranno fine e non saranno in un luogo terreno ma dureranno per tutta l’eternità”.(1).

Questo è un esempio di come gli Anabattisti intendevano l’obbedienza al Nuovo Testamento. I cristiani di oggi che vivono seriamente imitando Cristo, e che si trovano nelle medesime condizioni sono anche loro soggetti alle stesse sofferenze. I cristiani che vivono dove la vita è tranquilla e confortevole, dove è facile essere spensierati ed indifferenti, hanno bisogno di consacrarsi di nuovo nel seguire Cristo nella vita di ogni giorno. La cosa importante per i cristiani di ogni luogo è testimoniare quotidianamente con la propria vita e con l’esempio degli insegnamenti di Gesù che ci sono stati tramandati nella Parola di Dio.

(1)Tradotto dalla versione tedesca Geschichtbuch, p. 237-241.

 

 

CONFESSIONE DI FEDE

della

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiesa Evangelica Mennonita Italiana

 

-1-

Noi crediamo in un Unico Dio eternamente esistente come Padre, Foglio e Spirito Santo.

 

-2-

Noi crediamo che Dio si è rivelato nelle Scritture del Vecchio e Nuovo Testamento, la Parola ispirata di Dio, e primariamente nel Suo Figlio, il Signore Gesù Cristo.

 

-3-

Noi crediamo che nel principio Dio creò tutte le cose per mezzo del Suo Figlio. Egli creò l’uomo a Sua immagine e somiglianza, con libera volontà, carattere morale e natura spirituale.

 

-4-

Noi crediamo che l’uomo cadde nel peccato portando depravità e morte sulla razza umana; e che come peccatore l’uomo è egoista e ostinato, non disposto ed incapace di rompere con il peccato.

 

-5-

Noi crediamo che c’è un Solo Mediatore tra Dio e l’uomo; l’Uomo Gesù Cristo, il quale morì per redimerci dal peccato e risuscitò per la nostra giustificazione.

 

-6-

Noi crediamo che la salvezza è per grazia attraverso la fede in Cristo, un libero dono concesso da Dio a coloro che si pentono e credono.

 

-7-

Noi crediamo che lo Spirito Santo convince di peccato, opera la nuova nascita, dà guida nella vita, rende capaci di servire, e mette in grado di perseverare in fede e santità.

 

-8-

Noi crediamo che la Chiesa è il corpo di Cristo, la fratellanza dei redenti, un popolo disciplinato ed obbediente alla Parola di Dio, ed una fratellanza d’amore, intercessione e salute spirituale.

 

-9-

Noi crediamo che Cristo diede mandato alla Chiesa di andare in tutto il mondo, facendo discepoli da tutte le nazioni, ed a interessarsi ad ogni bisogno umano.

 

-10-

Noi crediamo che è la volontà di Dio che ci siano dei ministri per insegnare la Parola, servire come guide, amministrare le ordinanze, guidare la Chiesa nell’esercizio della disciplina, e per servire come pastori ed insegnanti.

 

 

 

-11-

Noi crediamo che coloro che si pentono e credono devono ricevere il battesimo d’acqua come un simbolo di battesimo con lo Spirito, purificazione dal peccato e consacrazione a Cristo.

 

-12-

Noi crediamo che la Chiesa deve osservare la Cena del Signore come simbolo del Suo corpo rotto e del Suo sangue versato, e della comunione della Sua Chiesa, sino al Suo ritorno.

 

-13-

Noi crediamo nella lavanda dei piedi dei santi come un simbolo di fratellanza, purificazione e servizio, e nel darsi la mano e il santo bacio come simbolo di amore cristiano.

 

-14-

Noi crediamo che Dio ha stabilito dei ruoli diversi per l’uomo e la donna, simbolizzati dal capo coperto per la donna nel pregare e nel profetizzare, e per l’uomo pregare e profetizzare a capo scoperto.

-15-

Noi crediamo che il matrimonio cristiano è inteso da Dio essere l’unione di un uomo e di una donna, per la vita, e che i cristiani devono sposarsi solo nel Signore.

 

-16-

Noi crediamo che i cristiani non devono conformarsi con il mondo, ma devono cercare di conformarsi a Cristo in ogni aspetto della vita.

 

-17-

Noi crediamo che i cristiani devono essere aperti trasparenti nella vita, parlando sempre con verità e non giurando.

 

-18-

Noi crediamo che è la volontà di Dio per i cristiani di astenersi dalla forza e dalla violenza nei rapporti umani, e di mostrare invece amore a tutti gli uomini.

 

-19-

Noi crediamo che lo Stato è ordinato da Dio per mantenere ordine nella società, e che i cristiani devono rendere onore ai governi, essere soggetti alle autorità costituite, testimoniare allo Stato e pregare per i governati.

 

-20-

Noi crediamo che alla morte i non salvati entreranno in una punizione eterna, e che i salvati entrano in una cosciente benedizione con Cristo, il quale ritornerà, risusciterà i morti, siederà in giudizio e istaurerà il regno di Dio in eterno.